Il Senato perdona il golpe giallo di Visco

Alberti Casellati*

Ha prodotto un effetto da amaro in bocca vedere che la maggioranza in Senato ha difeso il viceministro Vincenzo Visco, sostenendo che il centrodestra vuole affondarlo soltanto perché impegnato nella lotta all’evasione fiscale e dunque al controllo della legalità. È l’ennesima mistificazione di questo impossibile centrosinistra.
Vincenzo Visco non è oggetto di un irriverente atteggiamento del centrodestra, che durante la sua ultima stagione di governo ha tenuto a posto i conti dello Stato senza troppo piegarsi ai diktat degli gnomi di Bruxelles, combattendo gli evasori ed evitando di strangolare i contribuenti italiani. Quello che gli viene contestata è la violazione dell’etica e della morale, il disprezzo delle istituzioni, l’arroganza del potere che già avrebbe dovuto imporre le sue dimissioni. Ma Visco non ci sta, anche a dispetto dei magistrati chiamati a pronunciarsi sulle pressioni indebitamente esercitate sul comandate della Guardia di finanza, il cui giudizio è che il viceministro dell’Economia ha tenuto un atteggiamento illegittimo, ma non illecito. Uno straordinario esempio di paradosso all’italiana.
Visco dunque ha interferito pesantemente nella gestione del Corpo tentando di ottenere il trasferimento di quattro ufficiali, che si erano macchiati della colpa inemendabile, come egli stesso ha spiegato ai magistrati, di avere «presumibilmente un rapporto molto stretto con la precedente gestione governativa». Fallito questo tentativo, Visco ha deciso di defenestrare il generale Roberto Speciale. Raramente dispositivi della magistratura riescono ad assolvere e a condannare allo stesso tempo. Nel caso di Vincenzo Visco questo è accaduto. Quale che sia la crociata della sinistra radicale, che vede in lui il vendicatore di Stato nei confronti dei poveri contribuenti, è indiscutibile che le pressioni sulla Guardia di finanza, colpevole di avere indagato nei confronti di «progressisti» colti con le mani in pasta nel risiko bancario, costituiscono una intollerabile interferenza del potere da Repubblica delle banane.
In qualunque altro Paese, Visco sarebbe stato indotto a dimettersi dai suoi amici e anche a non farsi notare troppo sulla scena politica, perché le baronie e l’arroganza sono scorie da cui deve liberarsi la democrazia. Da noi ha fatto da sfondo alla vicenda il pilatismo strutturale di Romano Prodi, impegnato a galleggiare bofonchiando. Non ci sono stati, poi, in Senato momenti di lucidità e coerenza nell’ambito del variegato e rissoso mondo del centrosinistra. L’Italia dei valori del moralizzatore a corrente alternata, Antonio Di Pietro, si era collocata a botta calda sulle stesse posizioni della Casa delle libertà, spingendosi a chiedere le dimissioni del viceministro.
Ma a Palazzo Madama ha dimostrato di rientrare tra gli scendiletto del capo del governo, di non avere una propria autonoma capacità di giudizio svincolata dal collante del potere. Questa maggioranza ha confermato, quindi, di essere capace soltanto di ingoiare rospi e soprattutto di essere impegnata nell’inserirli nel menù degli italiani.
*Vicepresidente senatori

Forza Italia