Senato, Schifani presidente applaudito anche a sinistra: «Adesso riforme condivise»

Per l’azzurro quattro voti in più del previsto in una seduta all’insegna del fair play. Il discorso: «Sarò garante di tutti». E la Bonino si autocandida

da Roma

È questa l’arena sanguinosa, il teatro di battaglie all’ultimo voto dell’ultimo «vecchietto»? In questi banchi le trame che costarono la cadrega al Professore, la corsa al ciclista, l’affettamento al Mortadella?
Storie d’altri tempi, storie di un centinaio di giorni or sono. Da raccontare ai ragazzini in gita. Oggi Palazzo Madama respira la «pax berlusconiana», oggi sembra un club di gentiluomini. Francesco Cossiga monopolizza i microfoni, Renato Schifani e Roberto Formigoni entrano in aula a braccetto smentendo rivalità sulla candidatura a presidente, Franco Marini abbraccia caloroso Giuseppe Ciarrapico. Totò «Vasa Vasa» Cuffaro, s’intende, va a nozze senza cannoli. L’aria è cambiata in uno zang tumb tumb di tonfi elettorali, e gli uomini del Pd, tramortiti, si aggirano come fantasmi. Quando Franciasco Rutelli entra in aula un attimo prima dell’inizio della seduta, nessuno se la sente neppure di rivolgergli una prece di sfottò.
Presiede un ragazzo del ’19, Giulio Andreotti, in campo per l’indisponibilità della Montalcini e di Scalfaro. Ricorda gli «splendori» della presidenza Fanfani, tutti si alzano in piedi per applaudire. Prova Emma Bonino a rompere gli schemi, chiedendo la parola per autocandidarsi, ma un paio di «buuu» e la prontezza di Andreotti respingono la proposta come irricevibile. Se non per segnalare che c’è ancora e sempre bufera dentro il partito di Veltroni, che vota scheda bianca non trovando l’accordo neppure su un candidato di bandiera. Passa così signorilmente Renato Schifani, che da tre legislature studia da presidente, e ottiene persino quattro voti in più (178) del previsto. Tredici voti alla Bonino, 117 sono le bianche, il resto è goliardia di senatori solitari. Il voto sembra una passeggiata di salute persino per Ciampi e la Montalcini. Il magistrato Carofiglio è il più lesto di tutti nella cabina, d’altronde s’intende di scrittura. Ciarrapico esce con la scheda aperta, e se la porterebbe pure a casa per ricordo, se il commesso non lo bloccasse. Cuffaro s’attarda in baci, un altro commesso scatta a prenderlo. Anche Giovanardi arriva trafelato, mentre sfilano le mise di senatrici in tailleur, quasi tutte poco fantasiose, se si eccettuano il rosso sgargiante della Bonino e della Colli, l’acquamarina padana della Rosy Mauro, il trench attillatissimo della Germontani.
Viene eletto presidente Schifani, dunque, e il discorso è misurato come la persona. Saluta il capo dello Stato, e l’applauso è bipartisan. Ricorda i caduti di Nassirya, Falcone e Borsellino, e tutti s’alzano in piedi a spellarsi le mani, persino l’ultimo dei mohicani di sinistra rimasto in Parlamento, Vincenzo Vita. Che siede assieme a Ignazio Marino ed Enrico Morando sui banchi che videro i baffoni rifondatori di Russo Spena e la chioma ribelle di Turigliatto. Sono meno di quattro mesi, ed è altra musica. Il presidente Schifani si fa garante dei diritti dell’opposizione e della maggioranza, dichiara aperta una legislatura di «riforme condivise» perché la «reciproca legittimazione rafforza il Parlamento». Sarà stagione di riforme ma anche di legalità, «valore irrinunciabile», perché «la sicurezza non va sottovalutata» e queste sono le «richieste più pressanti che vengono dalla gente, dal Nord al Sud». Così, se esiste una questione meridionale e una settentrionale, «noi non vogliamo un Paese a due velocità». Ricorda la sua Sicilia «ferita, vessata e umiliata» e s’impegna perché la «lotta a tutte le mafie non solo non dovrà avere, ma neanche mostrare, alcuna pausa». Non manca il riconoscimento al passato e futuro capogruppo dell’opposizione, Anna Finocchiaro, per la «correttezza e compostezza del confronto». Seguono baci e complimenti tra i due, davanti alla statua di Garibaldi.