Senato, spunta Andreotti I Ds confusi sul Quirinale

La sinistra punta sul senatore a vita per evitare di perdere un voto a Palazzo Madama. Fassino: «Le due Camere spettano a noi, ma da qui al 28 aprile potrebbe cambiare qualcosa»

Roberto Scafuri

da Roma

Più che un «risiko», un «domino» nel quale ogni tessera sbagliata fa cadere l’intera piramide. L’Unione pensa alla «quadra» istituzionale, ma resta in alto mare. Anche perché i numeri sono risicatissimi al Senato, tanto che l’attivissimo Mastella ha proposto a Prodi lo sperimentato «metodo Forlani»: chi sta al governo sta al governo e chi sta in Parlamento sta in Parlamento». Metodo o non metodo, di sicuro pochi unionisti lasceranno Palazzo Madama per un ministero.
La prima scadenza è per il 28 aprile, data di convocazione delle Camere. A presiedere l’assemblea inaugurale dovrebbe essere la senatrice a vita Rita Levi Montalcini, premio Nobel, classe 1909. Da mesi la presidenza del Senato è prenotata da Franco Marini, centrista non inviso al centrodestra. A vuoto i tentativi di Mastella di scalzarlo. Il segretario dei Ds Fassino, ieri a Primo Piano, è stato chiaro: «Noi partiamo dall’idea che spetta alla maggioranza designare i presidenti di Camera e Senato e credo sia giusto applicare questa regola». Poi però l’esponente diessino ha aggiunto: «Da qui al 28 aprile, se matureranno condizioni diverse, verificheremo e valuteremo». Piuttosto, all’interno della Quercia, facendo due conti (il presidente non vota), non si esclude che sarebbe conveniente togliere un voto all’opposizione investendo della carica uno della Cdl. Le quotazioni di Pisanu sono in ribasso, a causa della debole difesa al proprio operato sulla questione dei brogli, ma comincia a prendere corpo il nome di Marco Follini. Al momento Prodi e la sinistra radicale (più Di Pietro) sono però fermi a ribadire che la maggioranza debba esprimere un presidente in entrambe le camere. Per questo l’unica alternativa credibile a Marini resta quella di «inchiodare» un senatore a vita alla presidenza. Toccherebbe a Giulio Andreotti.
Nel contempo, anche i deputati saranno chiamati a scegliere il presidente. Alla Camera i numeri sono scontati, però si è aperta la competition tra Bertinotti e D’Alema. Se il primo ha continuato a ribadire che al governo non ci sarà, neppure come vicepremier, per il secondo sembra ormai apertasi una strada alternativa, quella della Farnesina. Se Fassino e Rutelli finissero a Palazzo Chigi come vice-premier, il gioco a incastro riuscirebbe. Ma c’è un «ma». Seppur acciaccata, la Quercia ritiene di non poter essere esclusa dalle maggiori cariche istituzionali, come avverrebbe nel caso di un Ciampi-bis al Quirinale, che resta l’ipotesi sul tappeto. Sono in molti, a partire dal leader dei Verdi, Alfonso Pecoraro Scanio, a chiedersi però se Ciampi sia davvero disponibile. Il presidente aveva a suo tempo detto di volersi ritirare a vita privata. Il rinnovo del mandato pare una formula di cortesia, tranne che per i Ds. Il paradosso della Quercia è che ha i due più autorevoli nomi spendibili, ma li vuole spendere. Giuliano Amato (fortissimamente voluto da Prodi) e Giorgio Napolitano rischierebbero, con un’elezione al Quirinale, di frustrare le ambizioni prossime future dei cinquantenni (D’Alema, per esempio). Come uscirne? Tenendo in servizio Carlo Azeglio. Eppure, maligna taluno, «il suo voto di senatore a vita ci servirebbe molto... Con lui arriveremmo a più nove-dieci...».
Le tre partite maggiori avranno ripercussioni su quelle per il governo. A parte la questione dei vicepremier, per l’Economia si fanno i nomi di Padoa-Schioppa (con qualche mugugno della sinistra) o di Pierluigi Bersani (nel caso che Fassino faccia il vicepremier e resti alla segreteria ds). Probabile lo sdoppiamento, con la nascita di un ministero per la Programmazione economica, ad appannaggio di un rifondatore (Alfonso Gianni). Per le Infrastrutture torna a circolare il nome di Pecoraro Scanio, mentre all’Ambiente è possibile il ritorno di Bordon, preferibile al ds Mussi (orientato all’Università, se si sdoppia dall’Istruzione, che toccherebbe a Boselli o alla Bonino). Per la Giustizia, oltre al nome di Pisapia si fa quello di Cesare Salvi, cui però molti pensano per il Welfare. Parisi alla Difesa. Prodi poi vorrebbe un ministro su tre donna, e la griglia di partenza è nutrita: Finocchiaro (Giustizia o Interno), Bindi (Sanità), Lanzillotta (un ministero economico), Magistrelli (Parlamento), Bonino (Commercio estero), Melandri (Comunicazione), Pollastrini (Beni culturali) e Turco (Welfare). Inevitabile l’ingorgo per l’esercito di sottosegretari.