Il senatore di Cesare che prometteva ricchezze ai carcerati

Teatro della vicenda i lugubri sotterranei di Palazzo Senatorio

Marcello Viaggio

Roma non è la Scozia, e neppure l’Inghilterra, ma ugualmente vi fioriscono leggende e dicerie sugli spettri. Da Messalina a Giordano Bruno, quasi tutti i grandi personaggi del passato, morti di mano assassina, vagherebbero invisibili per la Città Eterna. E con loro ombre ancora più misteriose. Come il fantasma del Campidoglio. Che, secondo la leggenda, potrebbe aggirarsi addirittura a pochi passi dallo studio privato dello stesso sindaco Veltroni. Quanto segue è il racconto di un fatto che destò all’epoca grande scalpore. E riportato fedelmente sulle gazzette di quei giorni.
Siamo nell’anno del Signore 1731. Teatro della vicenda le lugubri prigioni dei sotterranei di Palazzo Senatorio, sul colle del Campidoglio. Poco più sotto si stendono i resti di un antico tempio italico, dedicato alla divinità infernale di Veiove. A poche decine di metri si scende da una stretta scala nel Carcere Tullianum, il luogo in cui nell’antica Roma i condannati a morte venivano giustiziati. Un posto non molto allegro, insomma. È la mattina di giovedì 26 luglio. «Alle 12 cadde pioggia impetuosa. Era carcerato per ragione di rissa nella segreta del Campidoglio un giovane di barberio, il quale nel risvegliarsi vide nella segreta un uomo con barba longa di buon aspetto». Così narra il cronista dell’epoca, l’artista e incisore Francesco Valesio. Stando al racconto, il garzone di barbiere si trova in cella, il temporale lo sveglia e scorge un vecchio. Il giovane si meraviglia nel vedere in carcere un uomo molto avanti negli anni, vestito di una toga di foggia antica. Lì per lì lo scambia per un giudice. Il vecchio però comincia a fare strani discorsi, gli racconta la sua storia: è un senatore romano dei tempi di Giulio Cesare. Il garzone lo ascolta, mostra rispetto e il vecchio cava dalle tasche una moneta d’oro, gliela mette in mano: «Gli diede un giulio di Giulio II, siccome egli lo avea richiesto, ed indi gli replicò se volea altro» scrive il Valesio. Il giovane, eccitato da tanta generosità, subito gli chiede altre monete d’oro. L’uomo tentenna, scuote la testa, non dice di no, ma prende tempo: sarebbe tornato, dice.
Venuta l’ora del giro d’ispezione, il garzone racconta tutto al carceriere. Che informa della cosa il comandante. «La stessa sera alle 23 hore - continua la cronaca del Valesio - mentre il carcerato cenava, ecco aprirsi la porta e ritornare il fantasma e lo rimproverò di aver propalata la cosa e perciò essersi perduta la sua fortuna e che egli lo voleva arricchire. E pose in terra tre scatole, che al carcerato parve fossero ripiene di monete. Essendo la stanza alquanto oscura, ed essendosele riprese il fantasma, presegli il ferraiolo, la camiciola ed il giustacore e se le portò via». La porta resta aperta, il garzone grida. Accorre il guardiano e, udito il fatto, dà l’allarme. Arriva gente. I panni del garzone vengono ritrovati fra la prima e la seconda porta della segreta, in un cantuccio, coperti di polvere. Sul pavimento della cella, al posto delle scatole di monete, ci sono tre mattoni. Negli anni successivi, fino alla chiusura definitiva del carcere, il fantasma sarebbe riapparso ad altri carcerati, e ogni volta se ne sarebbe andato, lasciando per terra inutili mattoni.
Quanto valeva l’unica moneta rimasta nelle mani del garzone? Il giulio, così chiamato da Papa Giulio II, in similoro, valeva appena 10 baiocchi. Pochi spiccioli. Se è vera la storia, il fantasma sarebbe stato, insomma, piuttosto avaro oltre che permaloso. Sta di fatto che il senatore pontificio dell’epoca stese una dettagliata relazione dei fatti, custodita tuttora negli archivi segreti del Vaticano.