Il senatore romanziere scrive un bel giallo ma sbaglia la dedica

Lo ha lasciato andare durante un viaggio a Gerusalemme. A dieci anni di distanza, preso e ripreso nel tempo per scoprirsi davvero lontano. Da Tommaso, da Raffaele, da Sebastian. Abbastanza lontano per guardarli intrecciare «Amaurosi», dal 10 giugno in libreria. Copertina taglio-Fontana, edizioni, Molo, è il primo romanzo del senatore Enrico Musso, professore ordinario di economia all'Università di Genova, autore e curatore di volumi e articoli scientifici pubblicati in tutto il mondo. Per il debutto da narratore Musso sceglie invece una dedica speciale a José Saramago, l’autore «bocciato» da Einaudi perché il suo ultimo lavoro sarebbe stato troppo «a rischio condanna» per le accuse esplicite di «delinquente» riservate a Silvio Berlusconi. Giovedì sera l'anteprima nazionale del Musso inedito. A Massarosa, nel ristorante «Nara» dello chef Franco Mariani, presidente dell'Unione Regionale Cuochi Toscani, tra sfogliatine croccanti al branzino e zuppettine di scoglio. Dettagli culinari a profumare il thriller di Musso, che scalza il professore per sintonizzarsi sui ritmi dell'anima.
Tre uomini, tre ambienti e tre storie che finiscono per contaminarsi nell'accidentale. Musso sceglie ambiti che conosce bene: Tommaso è professore-assessore, Raffaele carabiniere e Sebastian organista-compositore. Musso mastica tutto questo, mappa i suoi personaggi e li libera nei loro antri. Ognuno a scavare le sue relazioni, a fare i conti con un passato sospeso, a sorseggiare un tubì-ornottubì, nell'amaurosi reale di Sebastian, cieco dopo un incidente; e in quella metaforica di cui sono affetti tutti e tre. E poi «l'omaggio a Jose Saramago - sottolinea Musso - un autore cui sono legato moltissimo». Cecità che tramortisce, allampa, trasgredisce. Mentre il thriller cerca la verità rivelata di un fatto agghiacciante che deflagra all'aeroporto di Genova. Il fatto è cronaca da lì, mentre i tre hanno già scoperto i piani bassi e le altezze del loro sentire. Che in qualche modo li mettono in contatto. Ma a cucire liaison sono tre donne, che sfiorano, provocano, urlano, accarezzano i tre. Tre per tre, nel bailamme politico di una Genova che Musso schizza essenziale, sfiorando le Cinque Terre per scoprire il correlativo oggettivo dell'Isola di Lérins e del suo monastero. L'Isola in cui il professore cercherà C. senza trovarla; in cui C. cercando il professore troverà il musicista; che i media prenderanno d'assalto per scoprire la verità, consegnata in una lettera ad un frate. L'equivoco rimbalza sordo, e la musica di Sebastian dirige le trame.
Sono le note dell'altro Musso, il concertista d'organo, che vive la scrittura come «liberazione», che ascolta Sebastian e gli consegna la chiave di sol per aprire il romanzo. Lui, che alza i tacchi e sceglie la bellezza che non può vedere, deposita la verità che gli altri non vogliono vedere. Sono le architetture concentriche dell'io che ruota su se stesso, aggancia uno straccio di prova, mette in cantina il pensiero laterale e alza polveroni perché è così che va il gioco. Quello delle perle di vetro e dei chiaro scuri. E Musso ci sguazza: ti serve un thriller con tutti i crismi e il cervello che macchina, ti sfida, ti tira dentro che è un piacere. Ma verga l'altro libro. Il suo personalissimo, scritto con il succo di limone. Quello dorato di versi di T.S Eliot e profumato di Borges. Quello che si ossigena di Montale, Saba, Leopardi e Caproni Musso pesca, elabora e con loro scrive. Li cita, cento volte almeno, e li assorbe nella materia letteraria: puoi cercarli, puoi trovarli e non vederli. Amaurosi? Musso sorride. Nessuna presunzione. C'è sempre il thriller, scrittura efficace e ritmo. Più C., quella che cerca T. e trova S. per liberare la verità. Paradossalmente nulla è com'è o così è se vi pare.