Il Senatur sfida Napolitano: "Le sedi di Monza restano lì"

Il monito del Quirinale sul decentramento: "No a una capitale diffusa". La replica: "In altri Paesi già succede..."

Roma - Finita la luna di miele tra via Bellerio e Quirinale? Se non una pietra sopra, un inciampo bello grosso che cambia un po’ le cose sì. Bossi ha investito molto, mediaticamente, su questo decentramento (che poi decentramento non è) dei suoi ministeri, compreso quello dell’amico Tremonti. Una trovata che non ha entusiasmato più di tanto la base leghista, che ha altro per la testa, e che invece ha scatenato una mezza rivolta nel Pdl e poi la nota del Colle, pesante come un macigno in un momento già di forti turbolenze. In questi casi la Lega manda avanti le seconde file a sostenere la posizione divenuta scomoda, mentre i vertici tornano a più miti consigli. Stavolta invece no, si è esposto il segretario in prima persona, contestando - seppur morbidamente - il rilievo di Napolitano (che ha fatto notare come le norme vigenti prevedano che a Roma, come capitale d’Italia, «abbiano sede il Governo ed i Ministeri», e che non si può pensare ad una «capitale diffusa o reticolare disseminata sul territorio nazionale»).
Bossi ha risposto per le rime: «Napolitano non si preoccupi, i ministeri li abbiamo fatti e li lasciamo lì, siamo convinti che il decentramento sia non solo una possibilità ma anche un’opportunità del Paese». La replica bossiana ha offerto il destro a tutti gli oppositori dell’iniziativa leghista, dal centrosinistra a Fini («Bossi sprezzante») fino al centrodestra, soprattutto quello romano di Alemanno («comportamento irresponsabile») e Polverini («ha ragione Napolitano, la condotta di Bossi non porta da nessuna parte»). Soprattutto, l’intervento di Napolitano ha costretto il premier a fare da mediatore rivolgendo, in apertura del Cdm, «un pressante invito - così dice la nota di Palazzo Chigi - a tenere in debito conto le osservazioni formulate dal Presidente della Repubblica sulle recenti istituzioni di sedi periferiche di strutture ministeriali» e comportarsi «in modo conseguente». Quindi a ritirare scrivanie e tavolini da Monza? Un bel groviglio.
L’unico leghista extra Bossi che si pronuncia sul caso è Matteo Salvini, in un’intervista ad Affaritaliani.it: «Napolitano difende il vecchio, perché l’attuale sistema è il vecchio. Quindi difende lo status quo. D’altronde vive tra Roma e Napoli...». Il segretario federale dice di essersi chiarito con Berlusconi, e di non vedere «così tanti problemi», anche perché «non ci sono mai stati problemi con il premier». Cosa voglia dire, nel concreto, non è chiaro. Però sembra che il grande capo leghista vada avanti nella sua strada. Il rapporto tra la Lega e Napolitano «non si romperà per questa storia», piuttosto si romperebbe - aggiunge Bossi in vena di battute - «se gli chiedessimo di portare indietro i mobili che si è preso nella Villa Reale di Monza...». Del rilievo del Colle la Lega «terrà conto», «però vogliamo spostare i ministeri come fanno negli altri paesi. Non farlo sarebbe come dire che in Inghilterra sono scemi. Anzi, vanno meglio di noi». L’appiglio del segretario federale è che «la Costituzione non parla di dove devono stare i ministeri», anche se poi Napolitano fa espressamente riferimento alle «disposizioni contenute nel regio decreto n. 33 del 1871, ancora pienamente vigente, che nell’istituire, all’articolo 1, Roma quale capitale d’Italia ha altresì previsto che in essa abbiano sede il governo ed i ministeri». Due tesi opposte che sarà dura conciliare, a meno di un dietrofont, che è improbabile venga dal Quirinale.
Intanto oggi è convocato in via Bellerio il «federale», cioè il vertice generale di tutti i capi nazionali (cioè regionali) della Lega, più i colonnelli. Oltre alle faccende organizzative si discuterà di questa grana del decentramento, iniziativa che fa capo più a Calderoli che a Maroni, che anzi si è tenuto ben defilato (non c’era a Monza). La carne al fuoco, per i vertici leghisti, ultimamente non manca. Anzi, forse ce n’è anche troppa.