Dal Senegal nuove accuse all’Ama

Pagamento immediato e senza condizioni dei diritti legali e degli arretrati di stipendi dei lavoratori (circa 5 milioni di euro), pagamento dei contributi previdenziali e assicurativi nonchè il ripristino del fondo di assistenza sanitaria; indennizzi alle famiglie dei lavoratori deceduti a causa di malattie professionali e incidenti sul lavoro. Sono queste alcune delle richieste che la delegazione di sindacalisti e rappresentanti dei lavoratori senegalesi presenteranno oggi al presidente di Ama Giovanni Hermanin e che ieri hanno esposto nel corso di una conferenza stampa alla quale hanno partecipato, tra gli altri, il senatore di An Andrea Augello e il consigliere di An Luca Malcotti. Tra le richieste, anche il risarcimento dei danni morali e di responsabilità civile correlati alla rescissione del contratto (che ammontano a quasi 20 milioni di euro), l’arresto di ogni forma di discriminazione tra lavoratori senegalesi e italiani, coinvolgimento dei lavoratori nelle decisioni e infine apertura di un’inchiesta per individuare le responsabilità di questa disastrosa situazione. «La visita della nostra delegazione - ha spiegato Cheikh Mbaye - non è un gesto estremo e disperato: presenteremo ad Ama e al sindaco di Roma le nostre proposte sperando di trovare una risposta. Se ciò non accadrà, indiremo manifestazioni davanti all’ambasciata italiana. Chiediamo che i crediti di lavoro abbiano la prelazione nel pagamento rispetto agli altri e per questo siamo disposti, anche se la nostra religione non lo prevede, a entrare in sciopero della fame e a rivolgerci ad avvocati di fama internazionale». La delegazione ha ricordato che sono «1811 i dipendenti, 1450 gli operatori che lavorano come lavoratori giornalieri per il ministero dell’Ambiente temporaneamente; gli altri 320, da giugno 2006, sono stati lasciati senza stipendio».
«L’atteggiamento di Ama - ha spiegato Augello - di nascondersi dietro il protocollo con il quale il governo senegalese assume l’impegno a pagare i debiti di Ama è ridicolo. Se esiste il principio della cessione del credito non esiste in nessun Paese il principio della cessione del debito». Malcotti ha ricordato che in Senegal «sono deceduti 25 lavoratori di Amasenegal e molti si sono ammalati per le pessime condizioni igieniche nelle quali sono stati costretti a lavorare. I lavoratori raccoglievano l’immondizia con le mani, privi di guanti e mascherine, stando in piedi dentro i camion con i rifiuti fino alle ginocchia. Questi lavoratori, a causa dei mancati versamenti della Cassa malattia e della scomparsa del fondo aziendale infortuni, non sono mai stati indennizzati né possono accedere al servizio sanitario che, essendo privato, è normalmente garantito dai fondi aziendali. Comprendo - ha concluso - la necessità del sindaco e dell’azienda di tenersi lontani da questa brutta storia, ma negare l’evidenza e tacere oramai non regge più».
Dal canto suo Ama International ha replicato sostenendo che «Ama Senegal ha tutelato in ogni modo gli interessi e i diritti dei lavoratori senegalesi sia durante il suo operato sia dopo la risoluzione consensuale del contratto». «Nel periodo in cui ha gestito i servizi di igiene ambientale nella regione di Dakar - si legge in una nota aziendale - Ama Senegal ha, tra le altre cose, esteso a tutti i lavoratori l’assistenza sanitaria integrativa e introdotto programmi di profilassi sanitaria. Con l’avvio delle trattative per la risoluzione del contratto, i lavoratori sono stati presi in carico dal Governo del Senegal con tutti gli oneri relativi (fisco, contributi previdenziali, fondo malattia, ecc.) e Ama International è andata ben oltre la propria missione industriale e i propri interessi finanziari: la Direzione del personale ha fornito allo Stato la lista integrale dei lavoratori, con la relativa retribuzione, favorendo il passaggio e la presa in carico di tutti i lavoratori, senza esclusione per nessuno e tantomeno licenziamenti». «Gravi e false», secondo Ama, anche le denunce di « malattie o addirittura decessi di lavoratori riconducibili in qualche modo alle condizioni di lavoro».