Senegalesi in fuga aggrediscono due anziani per seminare i vigili

Un lettore ci ha inviato questa lettera con le sue riflessioni su un fatto di cronaca, avvenuto in via Margutta la scorsa domenica, di cui è stato involontario protagonista.
«Domenica 4 maggio alle ore 13,30 mio padre e mia madre, mentre passeggiavano tra gli stand dei pittori in via Margutta, venivano selvaggiamente aggrediti da un gruppo di senegalesi sorpresi da un’azione di controllo sul territorio condotta dalla polizia municipale. Cinque senegalesi imponenti che, vistisi circondati dalle forze dell’ordine, scaraventavano a terra mia madre, colpendo poi mio padre. Non si trattava però della fatalità di una fuga disperata e disordinata, ma di un’azione deliberata, cosciente, allo scopo di costringere gli uomini della municipale a dedicarsi al soccorso e non più all’inseguimento. Una vera e propria tattica, già adottata, ci riferiscono, diverse altre volte. Un’aggressione barbara e brutale in seguito alla quale mio padre veniva scagliato a terra colpito con una gomitata violentissima, restando incosciente nel sangue che fuoriusciva dalla testa.
Un’azione vigliacca, schifosa, perché compiuta ai danni di due persone inermi, un uomo di 90 anni invalido e una donna di 82, e condotta da soggetti con fisici enormi, veri e propri boxeur palestrati. Questa è stata la domenica di due persone per bene al centro di Roma, mezz’ora per terra e nel sangue, poi l’ambulanza e il ricovero in ospedale. Mio padre poteva morire. I cinque naturalmente sono scappati, ma il magistrato di turno li avrebbe comunque rilasciati senza problemi. Pochi minuti prima una vigilessa era stata aggredita, sempre con modalità brutali, da un senegalese pregiudicato e con foglio di via. Leggo di una donna a cui pochi giorni fa, in pieno centro e sempre per gli stessi motivi, veniva spaccato il femore. Tornando a casa dall’ospedale, a sera, vedevo da ponte Sant’Angelo e poi via via in tutto il centro una sterminata distesa di senegalesi beati, tra cui, immagino, i cinque di cui sopra senza problemi.
Comincio a interrogarmi sul vero significato delle parole solidarietà e accoglienza, io che cerco di fare volontariato, mi chiedo cosa stia succedendo alla nostra città e più in generale alla nostra società, abitata, pervasa da un crescente compiacimento autodistruttivo. Non mi riferisco solo al presidio militare, scientifico del territorio rivendicato da alcuni di questi soggetti con beffarda impunità (ci metto naturalmente anche gli italiani violenti). Mi chiedo soprattutto chi siano ormai le minoranze da tutelare e cosa vogliano più intendere i relativi concetti. In serata cercavo di distrarre mia madre accendendo la televisione. Il conduttore di «Che tempo che fa», Fabio Fazio, domandava se era possibile la tutela delle minoranze anche con il nuovo assetto amministrativo nella città di Roma, che tante polemiche aveva suscitato e che tanto aveva fatto discutere (il neo sindaco Alemanno), ricevendo poi, rincuorato, fiduciose rassicurazioni da parte di Tullia Zevi.
Spero che all’interno di queste minoranze (il ruolo e la persona della Zevi sono fuori discussione) il conduttore intendesse inserire anche gli anziani e gli invalidi. Perché le nostre vite devono essere prevaricate dalla violenza, da qualunque parte essa provenga? Perché dobbiamo cedere alla demagogia e non invece reprimerla, come sarebbe, come è giusto, in modo civile, moderno, paritario, necessario ovunque essa si trovi, a destra e a sinistra, negli italiani e negli extracomunitari? Forse non coesistono parità e democrazia anche nella pena? Dal vuoto di regole che non ci sono più irrimediabilmente prevale una violenza sempre più bestiale e con essa, peggiore, l’abitudine di tutti. Provo vergogna e chiedo perdono a mio padre per la società in cui vive e che lo riduce a 90 anni a vivere e provare questa esperienza, per nostra colpa e inettitudine. I miei ringraziamenti, tutti al comando di polizia municipale di via Montecatini, per il soccorso, l’attenzione, la gentilezza mostrata. Un pensiero e l’elogio alla loro opera, missionariato puro, svolto con coraggio, abnegazione, in un confronto impari e senza mezzi se non coraggio, caparbietà e sentimento sociale (finché ci sarà). Un grazie ai dottori che hanno assistito mio padre in quei trenta tragici minuti, per terra e nel sangue, e a tutta la gente che per una volta non si è rivoltata contro le forze dell’ordine ma ha mostrato, questa volta sì, vera, spontanea solidarietà».