«Il senso dello Stato di Gianfry? È a singhiozzo»

RomaDomenico Nania, vicepresidente pidiellino del Senato, proveniente da Alleanza nazionale, ribalta la questione-Fini, ma non per il gusto del paradosso. «Ci siamo mai chiesti - dice - cosa sarebbe successo se al posto di Fini avessimo avuto un presidente della Camera o del Senato impegnato a demolire un giorno sì e l’altro pure un presidente del Consiglio di un governo di centrosinistra?».
Secondo lei cosa sarebbe accaduto?
«Tutti avrebbero gridato, dai sindacati agli intellettuali di professione, denunciando un attacco alla Costituzione e alla democrazia parlamentare».
Un precedente c’è stato.
«Capitò al presidente Cossiga e in quel caso fu attivato l’impeachment, fu messo in stato d’accusa dall’ex Partito comunista di Occhetto e tutti ne misero in discussione perfino la salute mentale».
Fini sta strumentalizzando il proprio ruolo?
«La verità è che fa il leader dell’opposizione interna al governo annidandosi nella presidenza della Camera. Dovrebbe o fare il presidente che si occupa soltanto delle procedure parlamentari o, se vuole fare politica, dimettersi».
Il suo giudizio va al di là della semplice cronaca.
«Noi di destra siamo un popolo uscito indenne dalla traversata nel deserto pagando costi altissimi anche in termini di vite umane. Bocchino e tanti altri si dimenticano che ciascuno di noi, prima di se stesso, rappresenta una storia. Si dimenticano che dentro il centrodestra, naturalmente, prima o poi sarebbe toccato a chi la rappresenta raccogliere l’eredità di Berlusconi. Questo significa non avere il senso della riconoscenza storica».
Aveva previsto l’epilogo?
«Ci sono stati tanti segnali di allarme. Sono rimasto sconcertato quando si trattò di celebrare il ventennale della morte di Almirante. Volevamo onorarlo con il premio storico e politico che pure gli sarebbe spettato. Il giorno prima Fini rilasciò una dichiarazione nella quale disse che si vergognava delle frasi che Almirante aveva scritto durante la Rsi sugli ebrei. Tutti i giornali ne scrissero e perfino quel giorno gli rubò la scena. Pure Violante ritenne fuori luogo quella dichiarazione».
S’è pentito di averlo indicato insieme a Tatarella alla successione di Almirante?
«All’epoca rappresentava un elemento di discontinuità rispetto al passato. Credo che Tatarella con la strategia di “una rosa e più petali” messa in campo poco prima di morire avesse già compreso l’importanza di andare oltre il Polo della libertà e quindi la necessità di costruire un soggetto più grande con Berlusconi».
Bocchino ieri ha dichiarato che un «plurimputato come Berlusconi dovrebbe dimettersi».
«Ammesso e non concesso che Bocchino faccia una riflessione spontanea, Berlusconi è sotto attacco giudiziario da oltre 15 anni non per i fatti commessi, ma perché con la sua discesa in campo ha determinato in questo Paese un futuro diverso da quello che volevano la sinistra e i poteri forti. Un attacco giudiziario non per il suo passato, come lasciano intendere alcune frange dei procuratori politicizzati, ma perché ha imposto una svolta al futuro».
Fini invece?
«Dovrebbe dimettersi non tanto per gli scandali che vanno emergendo quanto per ragioni politiche: non si può utilizzare la presidenza della Camera per fare il capo dell’opposizione. Casini, almeno, aveva Follini».
Cosa pensa del rapporto anomalo tra Fini, la propria famiglia e il potere?
«Nel proprio codice etico i partiti dovrebbero inserire una norma in base alla quale si deve dichiarare se parenti e congiunti accedono alle risorse pubbliche. Pena l’incandidabilità o la decadenza retroattiva perché è ovvio che un parente che accede a risorse pubbliche utilizza l’influenza del politico e altera il mercato».
Cosa cambierebbe?
«Gran parte dell’entourage finiano non sarebbe parlamentare perché non candidabile. La moglie di Bocchino non avrebbe avuto gli appalti che ha avuto alla Rai se non ci fosse stato lui».
Bocchino ha sempre dichiarato che sua moglie lavorava per la Rai già prima che si conoscessero.
«Avrebbe lavorato di meno. Se ci fossero state norme adeguate, avrebbero dovuto scegliere tra la carriera politica del marito e l’attività imprenditoriale della moglie».
Da esponente siciliano del Pdl, cosa pensa dell’utilizzo strumentale dei finiani della battaglia per la legalità?
«Il senso dello Stato non può mai funzionare a singhiozzo. La lotta ai poteri criminali deve essere costante e basarsi sugli esempi. In Sicilia è davvero strano che i finiani, i quali a Roma affermano che chi è indagato si deve dimettere, sostengano un governatore al centro di un’indagine complessa».