LA SENTENZA CHE LA SINISTRA NON RISPETTA

La stampa schiuma di rabbia contro la sentenza di Genova che ha assolto i capi della polizia dalle accuse mosse loro per le violenze nella scuola Diaz. Precisiamo subito, per chiarezza, che la stampa cui abbiamo fatto riferimento è quella di sinistra. Da quella barricata sono venuti e vengono gli attacchi furibondi alla magistratura qualificata come serva del potere, vile, reazionaria. Di sicuro sarete stupiti: perché in innumerevoli circostanze l’abbiamo vista, la sinistra, schierata indomitamente a difesa delle toghe, e rumoreggiante per le critiche che il centrodestra muoveva ad alcune sentenze. Con altezzosità sprezzante le teste d’uovo progressiste ricordavano che le sentenze devono essere rispettate: e addebitavano alla gagliofferia dei reazionari la loro pretesa di dissentirne.
Ma poi è successo che un Tribunale non accontentasse pienamente, in una sua decisione, le aspettative della sinistra amica. Che d’un colpo è diventata nemica. Abbasso i giudici. Non c’era bisogno di conferme. Ma s’è ben capito, un’ennesima volta, di che qualità sia l’ossequio alla legge che alcuni fogli e alcuni personaggi vanno continuamente sbandierando. L’ossequio funziona solo se la legge fa comodo. In caso contrario arriva, nei confronti della legge e dei suoi sacerdoti, il turpiloquio.
L’Unità si è affidata, per inveire, alla cronaca, al “vergogna, li hanno assolti, vergogna!” lanciato da un ragazzo in bicicletta. Il Manifesto ha mobilitato Luca Casarini, noto per la sobrietà civile del linguaggio, dal quale la sentenza è stata caratterizzata come “ignobile”. Solo “pessima” invece per Giuseppe D’Avanzo di Repubblica. In questo zelo antisentenza s’è inserita, non capisco bene a quale titolo, la Federazione nazionale della stampa italiana. Anch’essa invoca chiarezza, dando per scontato che i giudici di Genova abbiano rimestato nel torbido per compiacere poteri occulti.
La ciliegina su questa torta d’amenità settarie è rappresentata dall’invocazione - poteva mancare? - d’una commissione d’inchiesta parlamentare. Della triste istoria d’Antonio Di Pietro - che a suo tempo la commissione parlamentare la fece bocciare, e che per questo è vituperato adesso dai talebani dell’antiberlusconismo come Vittorio Agnoletto e Francesco Caruso - s’è già occupato ieri Paolo Granzotto. Non tornerò sul patetico tema del Tonino sfiduciato. Voglio invece spendere due parole per la mania delle commissioni d’inchiesta.
Deputati e senatori privi di serie occupazioni chiedono le commissioni a ogni stormir di foglia, leggiadramente incuranti dei costi che - tra indennità, sopralluoghi e consulenze a peso d’oro - questi organismi hanno. Ma in questa occasione - e sempre all’insegna del “dagli ai giudici” - la commissione è voluta a un solo scopo: quello di smentire la sentenza della magistratura. Su avvenimenti tuttora soggetti alla valutazione dei giudici, proprio la sinistra che dei giudici si dichiara tifosa vuole una valutazione dissenziente. Il fine ultimo di quanti alla commissione s’appellano sembra consistere nell’ottenere, sullo stesso fatto, pronunce opposte. Ripetendo cioè il miracolo realizzato con l’inchiesta parlamentare sulla P2. Nella P2 la commissione individuò la matrice di tutti i mali e di tutti i crimini d’Italia. La magistratura vi ravvisò un losco ma non molto pericoloso comitato d’affari. Chi aveva ragione? Non lo sapremo mai. Per la scuola Diaz abbiamo avuto dal Tribunale una prima certezza. Troppo comodo, ragazzi. Ci vogliono il conflitto e il dubbio continuo. E sia. Ma dubbio continuo anche sull’onestà d’alcune prese di posizione della sinistra.