La sentenza di Cogne ai raggi X Dubbi su arma, orari e movente

Ecco i punti oscuri che le 533 pagine dei giudici di Torino non sono riuscite a chiarire. Ambigua la valutazione della personalità della Franzoni. <a href="/a.pic1?ID=214719" target="_blank"><strong>Una condanna che dimentica giustizia e diritto</strong></a>

da Milano

Cinquecentotrentatré pagine. Tante. troppe. Per puntellare la condanna di Annamaria Franzoni, i giudici di Torino accatastano elementi su elementi. Ma spesso non convincono.
L’arma, ad esempio. Non è mai stata individuata e ritrovata. La corte d’assise d’appello escogita e combina tre soluzioni, una più grottesca dell’altra. L’oggetto utilizzato per uccidere Samuele, un pentolino o un mestolo di rame, sarebbe stato lavato e rimesso al suo posto. Possibile? Gli abilissimi tecnici del Ris, citati e quasi invocati pagina per pagina dalla corte, hanno magari tenuto fra le mani il famigerato pentolino, ma il getto d’acqua del lavandino ha cancellato tutte le tracce dello scempio? Alternative: l’arma è stata nascosta dentro un calzino di Annamaria che è sparito. Qualcosa non quadra: si può infilare un mestolo dentro un calzino? Ecco, allora venire in soccorso dei giudici lo zainetto di Annamaria, sequestrato solo tre giorni dopo. In teoria tutto può essere, ma lo zainetto presentava solo una macchiolina all’esterno. E all’interno? Niente. Strano.
Ancor più strano se si combina questo dato con la cronologia degli eventi. La sentenza dà per acquisito il fatto che Davide fosse uscito, quella mattina, prima del fratello e della madre con la sua bicicletta. Ma quanto tempo prima? «Si può ritenere provato - si legge nelle motivazioni - che Davide era stato fuori almeno quattro o cinque minuti prima che la madre uscisse». In realtà in altri passaggi del verdetto, i minuti vengono dilatati, fino a sette, forse otto, fra le 8.10 e le 8.17-8.18.
Quanto è lungo quel periodo in cui la mamma e Samuele sono, in teoria, soli nella villetta di Montroz? Poco, pochissimo, soprattutto se si tiene conto che fra le 8.17-8.18 Annamaria esce, raggiunge con il primogenito lo scuolabus, viene vista da altre persone, ha i capelli puliti, gli abiti in ordine, il volto di sempre. Eppure ha appena compiuto il più spaventoso dei crimini. Due, tre, quattro minuti le sono bastati per placare la furia disumana che l’ha spinta a massacrare il figlio, per rientrare in sé, per lavarsi, sia pure sommariamente, per riprendere la vita di sempre? Fra le 8.23 e le 8.24 rientra in casa: ancora tre minuti e mezzo, forse quattro, fino alle 8.27 e 30 secondi e alla prima telefonata, sono sufficienti per far sparire l’arma, portare gli zoccoli al piano di sopra, spostare il pigiama, insomma, per confondere la scena del delitto e per trasformare il caso di Cogne nel più grande rompicapo degli ultimi anni?
Certo, un assassino venuto da fuori avrebbe avuto a disposizione solo cinque, sei minuti, ma poi un grande vantaggio: tutto il tempo di questo mondo per ripresentarsi in pubblico con una faccia accettabile.
E siamo al movente. Qui camminiamo sulle sabbie mobili della psichiatria. La molla del crimine, di per sé, è poca cosa: affaticamento, stress, l’ansia per i problemi della crescita, le intolleranze alimentari del piccolo Samuele, giunto al giro di boa dei tre anni. Però tutto quadra se si considera una personalità malata. E Annamaria è malata, la corte non ha dubbi: soffre o soffriva di un disturbo della personalità, ma questo non significa che sia seminferma o inferma di mente. Siamo fuori dal recinto della psichiatria, almeno di quella applicata alla legge, ma ci rientriamo per seguire le evoluzioni di una persona così fragile. Può stare in piedi una costruzione del genere? Annamaria Franzoni viene trattata ora come una donna intelligente, anzi, luciferina, autrice di un crimine efferato e poi abilissima, addirittura diabolica nel difendersi e nel far sparire le prove della propria colpevolezza, in altri momenti come una mamma malata, con «tratti patologici marcati, nel senso di un’organizzazione isterica», cui concedere, come vengono concesse le attenuanti generiche (equivalenti all’aggravante del figlicidio). Davvero è difficile raccapezzarsi al confine fra diritto e scienza. Fra spietatezza e pietà.
Ed è possibile avanzare qualche obiezione anche entrando nella stanza del delitto. Facile prevedere che la difesa cercherà di far vacillare, per quel che potrà in Cassazione, le certezze disseminate nelle oltre cinquecento pagine. Per esempio, il fatto che l’assassino indossasse la casacca del pigiama e gli zoccoli di Annamaria. Gli zoccoli sono un argomento intermittente in questa storia: era stata data loro grande importanza, poi erano stati quasi rimossi, dimenticati, accantonati, ora tornano al centro dell’intrigo.
Impossibile esaurire in poche righe un tema così aspro e complesso, ma per la corte si sono macchiati nei secondi drammatici della tragedia, non dopo perché in seguito il sangue si era già essiccato. Vero? No, per la difesa, perché nei minuti concitati in cui Samuele viene soccorso, fra bacinelle, medicazioni e spostamenti del corpicino agonizzante, è facile immaginare che il sangue sia colato di nuovo.
E la casacca? Da dove nasce tanta sicurezza? Herman Schmitter, il superperito dei giudici di primo e secondo grado, aveva mostrato sul punto più di un dubbio. I giudici no. Ma per dare forza alle loro argomentazioni hanno riempito oltre 500 pagine. Tante. Forse, troppe.