La sentenza della coscienza

Forcaioli e giustizialisti non ci sono mai piaciuti. Né amiamo chi trasforma in un’arma letale i codici, la penna, il microfono e la telecamera. Le italiche vicende degli ultimi anni, dopo la sbornia di Mani pulite, avevano costretto al letargo questo battaglione di magistrati, politici e giornalisti televisivi e della carta stampata. Ma la vicenda dei Piedi sporchi li ha risvegliati e li ha restituiti al loro lavoro con rinnovate energie e con il tradizionale vigore.
Certo la vicenda, anzi le numerose vicende giudiziarie in cui il calcio italiano è precipitato in pochi giorni (apri il barattolo della Nutella e tutti vogliono infilarci le mani dentro) hanno superato le più pessimistiche previsioni. Neanche i tifosi più delusi e disillusi potevano pensare ad uno scenario così catastroficamente marcio. Che Luciano Moggi fosse un lobbista del pallone, che la Juve avesse un peso «politico» notevole su tutto l’ambiente era evidente. Ma da qui a tutto ciò che le intercettazioni telefoniche hanno scoperchiato e continuano a scoperchiare giorno dopo giorno ce ne corre.
Ciononostante è un po’ presto per emettere condanne definitive. I magistrati di Roma, Napoli, Torino, Genova, Udine, Brescia, Parma, Perugia e Reggio Calabria (per ora) stanno ancora indagando. Qualcuno di loro si è affrettato a dire che non è stato finora trovato nulla di penalmente rilevante e la giustizia sportiva, buttata anche lei per aria da Calciopoli, non si è ancora messa in movimento. Eppure la tentazione è forte, fortissima per forcaioli e giustizialisti.
Anche perché la «vetrina» sta diventando planetaria. Oggi comincia infatti l’avventura mondiale della nazionale di calcio. Tedeschi (sono loro ad ospitare i campionati iridati) di peso come Rummenigge e Beckenbauer già si sono affrettati ad annunciarci che sconteremo pesantemente il marciume del nostro calcio. Ricordar loro che non molto tempo fa in Germania scoppiò lo scandalo degli arbitri corrotti e che l’Olanda è attualmente alle prese con un problema di giocatori che scommettevano non servirà a far cambiare loro idea.
In Italia, invece, il partito dei forcaioli urla ai quattro venti che il commissario tecnico Lippi non può, non deve, guidare la nostra nazionale: non avrebbe, in questo momento, lo spessore morale per rappresentare l’Italia del pallone. La posizione del nostro ct non è certo facile; nessuno di noi può avere la certezza (forse neppure lui) che le convocazioni azzurre non siano state condizionate dal ruolo di suo figlio nella Gea e dalla sua amicizia con Moggi. E difficile è anche la posizione di tre giocatori della nazionale: due big, il portiere Buffon e il capitano Cannavaro (entrambi della Juventus), e l’attaccante dell’Udinese Iaquinta, finiti a vario titolo nelle inchieste delle tante procure che si stanno occupando di Calciopoli.
Sono coinvolti ma non sono condannati e non possiamo condannarli noi, noi giornalisti, noi tifosi, noi opinionisti, noi filosofi, noi moralisti, noi politici. Gli unici ad avere un titolo per emettere sentenze sono i magistrati e loro, finora, non hanno condannato nessuno.
Non vogliamo certo ridimensionare il problema, da giorni pubblichiamo quotidianamente le intercettazioni che hanno scaraventato il calcio nel caos, non ci siamo tirati indietro davanti ad alcuna squadra e ad alcun personaggio. E non ci tireremo indietro in futuro, però non ci iscriviamo al campionato di chi emette la condanna più pesante. Detto ciò, è evidente che in questo momento tutti ci chiediamo se sia opportuno che Lippi e i tre giocatori partecipino ai mondiali. Ma dovranno essere loro, oggi a Coverciano, nel momento in cui si raduna la nazionale e magari dopo un colloquio con Guido Rossi, nuovo commissario della Federcalcio e attuale «padrone» incontrastato del pallone italiano, a decidere se fare un passo indietro, se non disfare neppure le valigie, salutare, fare gli auguri e tornarsene a casa. Nessuno meglio di Lippi, di Buffon, di Cannavaro, di Iaquinta sa il «peso» che le loro vicende potrebbero riversare sull’avventura azzurra, nessuno meglio di loro sa se, come e quando la loro presenza potrebbe condizionare il rendimento della squadra e le reazioni delle tifoserie, quella amica e quelle «nemiche». Un campionato del mondo è un giocattolo estremamente delicato, conoscerne i meccanismi e gli ingranaggi non è facile. Il ct e i suoi quattro moschettieri questi meccanismi e ingranaggi li conoscono alla perfezione e in questo momento sono gli unici che possono emettere una sentenza. Dipende dalla loro sensibilità.