Sentenza frequenze Tv, non cambia nulla

Mi rendo conto che è un esercizio difficile, ma voglio provarci lo stesso. Si può leggere la sentenza sul caso Centro Europa 7 senza pregiudizi? Ieri quando è stata resa pubblica l’aria che si respirava era da presa della Bastiglia, una specie di 25 aprile dell’etere. Mi spiace guastare la festa ma devo dirlo: mai tanto strepito per così poco. Perché le implicazioni della decisione sono più speculative che pratiche, insomma di quelle fatte per risvegliare un pigro dibattito accademico. Vediamo cosa dicono i giudici. Innanzitutto che chi era titolare di una concessione analogica avrebbe avuto diritto non alle frequenze - si badi bene - ma a procedure eque e non discriminatorie per la loro assegnazione. Ossia un’asta dove, come nella telefonia mobile, il più alto offerente vince, supponendo sempre che si abbia il portafoglio pieno. Perché allora questo non è avvenuto? Perché le frequenze non c’erano.
Le risorse erano scarse tanto per il numero di emittenti (solo 630 le locali) quanto per la tecnologia analogica che assorbe una gran quantità di spettro per ogni canale. Norme e piani non si sono incagliati in Parlamento ma nelle preture dove si è scatenata la guerra di tutti contro tutti intorno a ogni singola frequenza e impianto. Del resto avventurarsi nel mercato televisivo neppure allora era impossibile ma solo costoso, come documenta un certo numero di ingloriosi fallimenti. Forse è stato questo istinto di conservazione a indurre i legislatori di destra e di sinistra a condividere esattamente lo stesso approccio: aprire il sistema rispettandone l’orografia, eccedendo in prudenza piuttosto che in audacia. Ma il passato è passato. E oggi? La decisione della Corte del Lussemburgo lamenta che in Italia operatore digitale possa divenire solo chi ha una licenza televisiva analogica. Ha ragione: è stato un errore limitare il club televisivo ai soli membri iscritti. Una mezza giornata e tre righe di un emendamento bastano per rimediare. Ma non nascondiamoci dietro alibi. Non è poi questa una gran barriera se dalla mattina alla sera un’impresa può divenire operatore digitale terrestre nazionale acquistando una televisione locale e facendo un po’ di shopping di frequenze. H3g, operatore telefonico, ha costruito in un anno una rete televisiva che trasmette contenuti audiovisivi su cellulari, e altri editori nazionali si affacciano senza difficoltà. Il punto è che le regole non possono supplire a un minimo di propensione all’investimento e al rischio. Insomma: il mercato televisivo in Italia è aperto, purché si abbia qualche risorsa e qualche idea, come attesta lo strepitoso successo di Sky. E il collo di bottiglia delle frequenze? L’Agcom ha chiuso due settimane fa il piano per lo spegnimento digitale della Sardegna approvando uno schema che ha ricevuto il consenso unanime di tutti gli operatori. Le frequenze oggi ci sono. Grazie al digitale terrestre che permette di utilizzarne una sola per canale. E grazie a una pragmatica mediazione, esattamente agli antipodi di quella retorica del pluralismo che ieri ha dato fiato alle trombe e che rischia di intossicare un processo virtuoso. Perché la soluzione è a portata di mano: poche norme correttive dell’attuale quadro legislativo vigente e tanto lavoro tecnico. Sempreché politica e avvocati si facciano da parte.
Stefano Mannoni
*Commissario Agcom