«Sentenza già scritta Non capisco la Juve»

Moratti non commenta. La Juventus non aggiunge altro al comunicato diffuso pochi minuti dopo la sentenza del Tribunale di Napoli. Moggi, invece, dice la sua e promette altra battaglia. Lo fa dai microfoni di Sky, per dire che «siamo al primo round, era una sentenza già scritta. Sicuramente andremo in appello, sperando in una giustizia che non c'è, una giustizia vera: altrimenti, nella giustizia divina». Colorito, così come lo era stato l'avvocato Trofino nella sua arringa difensiva dove aveva spiegato che «non è in gioco solo il destino di Luciano Moggi, ma anche quello di una società come la Juventus: la società che nel mondo ha più tifosi di tutti, il vanto di Torino e dell'Italia intera. Tutto il mondo guarda la vostra sentenza, anche i bambini che la sera vanno a dormire abbracciando la maglia di Del Piero». Dopo di che: i bambini continueranno ad adorare il numero dieci, ma Moggi è stato condannato in primo grado dal giudice Teresa Casoria a 5 anni e 4 mesi per associazione a deliquere.
Mentre la Juventus FC ha comunque avuto di che ritenersi (parzialmente) soddisfatta perché, citata in giudizio «come responsabile civile a titolo di responsabilità oggettiva ai sensi dell'articolo 2049 c.c», è stata ritenuta estranea ai fatti. Tutte le domande di risarcimento danni nei suoi confronti sono state quindi respinte e non è cosa da poco, visto che ballavano un centinaio di milioni di euro. Ecco: sul comunicato diffuso dalla società bianconera (dove si ribadiva la «totale estraneità ai fatti contestati»), Big Luciano ieri si è espresso in maniera a dir poco critica: «Non lo capisco, davvero. Non c'erano partite "Moggi contro il Milan o contro l'Atalanta“. Giocava la Juve e, leggendo quelle righe, sembra che abbia giocato io da solo. Non era così. È la vita, ci tocca cercare di leggere e capire tutto quanto. Devo continuare a combattere, se Dio mi darà la forza. Farò il possibile per dimostrare il contrario di quello che hanno scritto, perché io non ho mai controllato nessuno. Sono deluso da tutto, dalla sentenza sportiva che ha tenuto un processo con venti telefonate, e da quella ordinaria che pensavo fosse uguale per tutti. Non si è tenuto conto di tre anni di dibattimento: le nostre fatiche sono state inutili, ma siamo ancora al primo round. In appello, quando spero saranno tenute in conto tutte le prove che abbiamo prodotto, vedremo cosa succederà».
Torna la Juve, nei pensieri dell'ex direttore generale bianconero: «La società ha perso due scudetti e deve riaverli, li ha vinti sul campo e non aveva bisogno di aiuti. Le schede telefoniche straniere? Erano state comprate per coprire il mercato e i fatti commerciali. La Juve aveva acquistato quelle schede proprio per evitare spionaggi industriali».
Comunque sia, la Signora ha adesso altro per la testa ritenendo di essere stata l'unica a pagare pesantemente, subendo, oltre alla revoca di due scudetti e alla retrocessione, anche ingenti perdite economiche. Su quello la società (dopo aver incassato il no dell’Uefa al ricorso sull’esclusione dell’Inter dalla Champions) continuerà la propria battaglia attendendo (a giorni) il pronunciamento del Tnas sulla questione di competenza dell'arbitrato circa il ricorso per il titolo 2006: e se lo stesso Tnas si dichiarerà incompetente, Agnelli si rivolgerà all'Alta Corte o al Tar del Lazio per un indennizzo economico.
Quanto alla riassegnazione degli scudetti, secondo l'ex presidente bianconero Giovanni Cobolli Gigli «ci sono le basi per una revisione critica a posteriori del processo sportivo. Già all'epoca il colonnello Auricchio e il pm Narducci non presero in considerazione tutte le intercettazioni: oggi, con la separazione tra club e dirigenti accusati, ci sono gli estremi per impugnare quella sentenza».