Sentenza lumaca, rimosso giudice di Gela

Accolta la richiesta del pg al Csm per la vicenda del giudice Pinatto. Aveva impiegato 8 anni per depositare le motivazioni della sentenza contro il clan Madonia: "Ritardo gravissimo, abnorme, ingiustificato". I boss erano stati scarcerati

Roma - Cancellato. Non può più fare il magistrato. Dovrà cercarsi un'altra professione Edi Pinatto, il giudice che ha impiegato otto anni per scrivere le motivazioni della sentenza con la quale il tribunale di Gela aveva condannato sette componenti del clan Madonia a complessivi 90 anni di carcere determinando la loro scarcerazione. La sezione disciplinare del Csm con un provvedimento che ha pochi precedenti lo ha rimosso dall’ordine giudiziario. La decisione è stata presa dopo un’ora di camera di consiglio. La sezione disciplinare ha così accolto la richiesta del rappresentante dell’accusa Eduardo Scardaccione. La sentenza non è immediatamente operativa: ora dovrà essere depositata entro 30 giorni e ci saranno altri 90 giorni di tempo per impugnarla davanti alle sezioni unite civili della Cassazione.

La richiesta La procura generale della Cassazione aveva chiesto alla sezione disciplinare del Csm di condannare alla sanzione della rimozione dell’ordine giudiziario il giudice Edi Pinatto. Quello di Edi Pinatto è un "ritardo gravissimo, abnorme e ingiustificato e ha determinato danni irreversibili e non più risarcibili per le parti processuali" ha spiegato il rappresentante della procura generale della Cassazione, Eduardo Scardaccione. Quel ritardo, secondo il rappresentante dell’accusa, non ha paragoni né in Italia, né nel mondo e provocò la scarcerazione dei condannati di quel processo al clan Madonia.

L'accusa Così si è violata "l’essenza stessa della funzione giurisdizionale - ha sottolineato il sostituto pg - e vi è stata una perdita verticale e non risarcibile della credibilità del singolo magistrato e della stessa istituzione giudiziaria". D’altra parte, secondo Scardaccione, tutto il tempo che ci è voluto non è giustificato dalla mole della sentenza, "un volume di 775 pagine"; si è trattato più che altro di un lavoro di "copia-incolla" dei vari atti di indagine e processuale compiuti, in cui le valutazioni del magistrato sono limitate - secondo l’accusa - a pochissime righe. E il fatto stesso che Pinatto è già stato condannato per questa vicenda alla perdita di otto mesi di anzianità professionale non attenua la sua posizione, visto che anche dopo le condanne - ha fatto notare Scardaccione - non ha adempiuto all’obbligo di depositare la sentenza; obbligo che ha portato a termine solo di recente e solo dopo che il ministro della Giustizia Mastella aveva chiesto la sua sospensione dalle funzioni giurisdizionali.

La difesa Pinatto e il suo difensore, il presidente di sezione della Cassazione Mario Fantacchiotti, hanno invece spiegato il ritardo con la difficoltà di conciliare il carico di lavoro che il magistrato si è trovato davanti quando è stato trasferito alla procura di Milano, e l’arretrato che aveva lasciato a Gela. "Pinatto non è stato capace di organizzarsi, ma non siamo di fronte a un magistrato che invece di lavorare va in montagna" ha detto Fantacchiotti.