La sentenza di Zarqawi Assassinati in Irak i diplomatici algerini

Nuova puntata della guerra scatenata da Al Qaida contro i Paesi arabi «che hanno tradito la legge islamica». Il 7 luglio fu ucciso l’ambasciatore egiziano

Gian Micalessin

Neanche stavolta Abu Moussab Zarqawi ha avuto pietà. Ieri dopo una visita a sorpresa nella capitale irachena del segretario alla difesa americano Donald Rumsfeld, uno dei siti Internet utilizzati dalla cellula irachena di Al Qaida ha annunciato l'uccisione del 62enne incaricato d'affari algerino Alì Belaroussi e del suo vice il 47enne Azzedine Belkadi. «I vostri fratelli nell'ala militare dell'Organizzazione Al Qaida in Mesopotamia hanno proceduto mercoledì 27 luglio all'applicazione del verdetto del tribunale islamico. Il capo della missione algerina Alì Belaroussi e il diplomatico Azzedine Belkadi rappresentanti di un governo che esercita il proprio potere violando la volontà di Dio sono stati uccisi», recita un messaggio messo in rete sul sito al-saf.net e siglato da quel l'Abu Misriya el Iraqi diventato l'addetto stampa e la firma di ogni comunicato del gruppo terrorista.
Nelle righe successive s'aggiunge che la decisione di uccidere i due diplomatici è dovuta anche alla politica di un governo impegnato nella lotta contro i musulmani del nord Africa. Il governo algerino è in effetti coinvolto in uno scontro ormai decennale con diverse formazioni fondamentaliste, una delle quali, il Gruppo salafista per la predicazione e il combattimento, ha anche aderito ad Al Qaida.
Il vero motivo della spietata esecuzione è però la sanguinosa guerra lanciata dal gruppo di Zarqawi contro i rappresentanti diplomatici dei paesi arabi e musulmani. La guerra punta ad impedire l'insediamento d'ambasciatori arabi e ritardare il più possibile il riconoscimento ufficiale del nuovo governo iracheno formato dopo le elezioni dello scorso gennaio. Dopo la caduta di Saddam gran parte dei paesi arabi e musulmani aveva mantenuto solo missioni di basso livello in attesa dell'insediamento di un governo espressione della volontà popolare.
La guerra delle ambasciate è scattata agli inizi di giugno con il rapimento e la successiva uccisione del capo della missione egiziana Ihab Al Sherif destinato a diventare il primo ambasciatore arabo del nuovo Irak. La nomina di Al Sherif, frutto di complessi negoziati tra egiziani e americani, doveva infrangere quel fronte del rifiuto arabo che rimandando la nomina di ambasciatori ufficiali negava piena legittimità all’esecutivo di Bagdad.
Nel comunicato di martedì in cui s'annunciava la condanna a morte dei due diplomatici, Al Qaida prometteva la stessa sorte «a tutti i diplomatici dei paesi arabi e musulmani i cui governi hanno tradito la legge islamica e combattuto gli apostoli della sharia, uccidendo mujaheddin e ulema per appoggiare gli ebrei, i cristiani e gli apostati nella loro guerra contro l'Islam e i musulmani». Il comunicato terminava spiegando che gli ambasciatori e rappresentanti di quei paesi sono «obiettivi legittimi per le sciabole dei mujaheddin, ovunque si trovino».
Per il presidente algerino Abdelaziz Bouteflika l'assassinio dei due diplomatici è «un atto mostruoso» frutto di «un'abietta barbarie». «L'Algeria passa dallo stupore per il loro rapimento all'indignazione per questa odiosa esecuzione - scrive un comunicato della presidenza -. L'inqualificabile gesto è stato compiuto malgrado tutti gli appelli e le esortazioni lanciate da più parti per la loro liberazione». Tra le esortazioni spiccava quella del Consiglio degli Ulema che ricordava ai rapitori come il governo d'Algeri abbia chiesto più volte il ritiro delle truppe straniere dall'Irak.
Sul fronte politico continua intanto il travaglio di un'assemblea apparentemente incapace di trovare un accordo sulla bozza della nuova Costituzione. Neppure la visita a sorpresa del segretario alla difesa americano sembra essere servita a molto. Donald Rumsfeld era arrivato a Bagdad proprio per convincere sciiti, sunniti e curdi a mettere da parte le contrapposizioni e rispettare la prevista scadenza del 15 agosto per la presentazione del testo definitivo. Mentre Rumsfeld chiedeva a tutte le parti di «raggiungere un compromesso perchè la democrazia e la politica sono l'arte dei compromessi», il leader curdo Massoud Barzani annunciava di non esser disposto a sciogliere le proprie milizie e chiedeva il ritorno a Kirkuk di decine di migliaia di curdi espulsi al tempo di Saddam Hussein.