Sentenze severe per finta: così è punito chi uccide

Se c’era bisogno di un esempio per mostrare l’abisso che ormai separa il Paese reale da quello legale, eccolo servito: la condanna («severa», hanno spiegato i giuristi) del giovane rom che, ubriaco e al volante, ha ucciso quattro ragazzi fra i 16 e i 18 anni ad Appignano del Tronto (Ascoli Piceno), lo scorso mese d’aprile. Rom nato a Caserta e che si sente italiano: perché tacerlo? La condanna, si sa, è stata di sei anni e sei mesi di prigione per tre reati: omicidio colposo plurimo, resistenza a pubblico ufficiale e guida in stato di ebbrezza. «Severa»: due anni in più rispetto alla richiesta del pubblico ministero.
Sei anni e sei mesi da pura teoria, perché il condannato è finito agli arresti solo domiciliari. Dove stava già scontando - si fa per dire -, un’altra e precedente accusa, la tentata rapina. Teorico è pure il sequestro della patente, che sarà a tempo determinato e brevissimo nonostante la gravità delle circostanze. Teorico, infine, è anche il fatto che un giorno, naturalmente lontano, il condannato si farà davvero tutti i sei anni e sei mesi di punizione appena inflitta. Quel dì, al contrario, subentreranno i benefici e le diminuzioni che il generoso ordinamento prevede al momento d’eseguire e mentre si sconta la sentenza definitiva.
Questa vicenda è disarmante proprio perché è di una semplicità elementare. Una semplicità che qualunque cittadino saprebbe cogliere meglio dei legislatori «specialisti»: l’idea che per un reato tanto irreparabile, il responsabile possa cavarsela con una condanna così mite - pur «severa»! -, restando in sostanziale libertà e persino con la prospettiva di tornare presto a guidare; come se il diritto al volante fosse un diritto inalienabile della persona. Anche dopo che tale persona ha dimostrato in che modo l’ha brutalmente esercitato. Occorre buttare altro sale sulla ferita che è stata inferta non solo ai familiari delle vittime - i cui sentimenti valgono zero alla roulette della giustizia -, ma anche al senso di equità che dovrebbe regolare la civiltà dei codici? Ammazzare «colposamente» degli incolpevoli: qualche annetto di (teorico) carcere e giustizia è fatta?
Stupisce che il governo e il Parlamento non reagiscano con una radicale riforma dei codici penale e di procedura penale. L’anti-politica - molto citata ma poco compresa - s’alimenta proprio col sentimento di frustrazione collettiva nei confronti di uno Stato che restituirà addirittura la patente a chi ha falciato quattro ragazzi sull’asfalto. Che non lo manderà in galera subito e per svariati anni. E che troverà perfino il modo di condonargli un po’, pardon, un bel po’ della condanna. Condanna che a quel punto non sarà da considerare neanche più «severa». Altro che «certezza della pena»: l’unica colpa che l’attuale ordinamento fa pagare sul serio, è quella di essere innocenti. Un ergastolo d’ingiustizia per chi non c’è più, e per chi resta.
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