Un sentimento antico che sa di rivincita

La rabbia di Ruth King è antica. È una rabbia femmina, ancestrale. Dirompente: non puoi sconfiggerla, ma puoi tentare di conoscerla. «Devi farci amicizia», dice la psicologa californiana. La puoi anche celebrare, come accade a chi frequenta i suoi seminari: sono seguiti soprattutto da donne e si chiamano Celebration of rage. Ruth King è una psicologa clinica, ha una chioma di capelli afro vistosa e ingombrante, la voce calma, calmissima, per una che ha scritto un libro intitolato La rabbia (Frassinelli, pagg. 266, euro 19, trad. Teresa Franzosi). Un po’ manuale, un po’ resoconto delle sue esperienze e del suo lavoro, dice che la rabbia non è un sentimento negativo: è ciò che ci muove, ci condiziona, ci spinge all’azione. E non va nascosta, ma liberata.
Che cos’ha la rabbia di positivo?
«È una forza che ci mette in movimento. Quando senti l’energia della rabbia sei spinto a fare qualcosa, ad agire. Il problema è che non sempre fai la cosa giusta. E poi c’è l’aspetto più profondo: la rabbia è molto vicina a ciò a cui veramente teniamo, la nostra passione, il nostro nocciolo duro. L’esplosione della rabbia è il vero di ciò che siamo che, all’improvviso, risuona dentro di noi. E lo fa molto rumorosamente: così abbiamo finalmente l’occasione di ascoltarlo».
Reagire e arrabbiarsi allora fa anche bene?
«Certo. Tutto dipende dalla relazione con la nostra rabbia: dobbiamo prima familiarizzare con lei, poi possiamo anche esplodere. Se siamo in balìa della rabbia, senza conoscerla, ci toglie potere, ci impoverisce. Ma se sai com’è la tua rabbia, da dove nasce, che cosa significa, allora sfogarla è un modo per esprimere la tua verità più profonda».
E il rapporto con gli altri come cambia?
«Continui ad arrabbiarti, però impari a non attribuire colpe agli altri, a non attaccarli subito se qualcosa non funziona, perché sai che non dipende da loro, ma da te».
Perché crede che la rabbia sia la nostra natura?
«Tutto comincia nell’infanzia. Prima dei dodici anni compiamo (o subiamo) esperienze che ci segnano per sempre e, nella maggior parte dei casi, sperimentiamo la sensazione che gli eventi sfuggano al nostro controllo: tutti, da piccoli, ci siamo sentiti in qualche modo umiliati, emarginati, impotenti. Cresciamo e non vogliamo più sentirci così, ma il nostro corpo ricorda il passato, proprio attraverso la rabbia: molte espressioni d’ira sono legate a quelle esperienze di vergogna e frustrazione che sentiamo ancora vicine e reali. Il passato va preso in mano, e così pure la rabbia che è dentro di noi: allora arrabbiarsi diventa salutare».
La rabbia è terapeutica?
«Sì, certo. È una grande energia, ma dobbiamo farci amicizia, per liberarla in tutto il suo potenziale, anche creativo. Non dobbiamo avere paura ma, al contrario, essere curiosi verso la nostra rabbia: esplorarla, comprenderla piano piano, e tentare di utilizzarla in modo intelligente. Non ci abbandona mai, è meglio sfruttarla».
Come si sviluppa una buona relazione con la propria rabbia?
«La rabbia si nasconde, si camuffa per apparire socialmente accettabile. Ricorre a delle maschere: dominio, provocazione, distrazione, dedizione, dipendenza e depressione sono le sue sei facce, le sue espressioni nella vita quotidiana. Il primo passo è identificare il travestimento verso cui tende la nostra rabbia, anche se non si tratta mai di un atteggiamento esclusivo. Ci si può riconoscere in diverse modalità, anche se, di solito, ne esiste una prevalente. Ho elaborato anche un test, che compare nel libro e uso nei miei seminari».
Di che tipo è la sua rabbia?
«Il “dominio”: sono ipercritica, giudico subito gli altri, non mi va bene niente, penso di avere sempre ragione, non sopporto di essere controllata o di ammettere di aver bisogno degli altri».
Comportarsi come rabbia comanda è sempre un male?
«Si rischia di perdere qualche amico, di essere giudicati. D’altra parte chi lascia la rabbia in silenzio non vive meglio: è sempre lì, solo in segreto».
Perché lavora soprattutto con le donne?
«La società si aspetta che le donne siano obbedienti, gentili e concilianti. E allora molte stanno zitte, la rabbia rimane bloccata nel loro corpo: è un dramma che si consuma da secoli. Negli Stati Uniti è un modello culturale ancora dominante».
Non sembra il modello della vostra nuova first lady. Michelle Obama è accomodante?
«La first lady? Già. Lei è fantastica, meravigliosa. Però le donne in genere non indagano la loro rabbia e, piuttosto che esprimerla e rischiare di essere giudicate male, si trattengono. Io le porto a ricordare le loro prime esperienze di rabbia, a scavare e capire dov’è nascosta e come influisce sulla vita quotidiana, il lavoro, la famiglia, le relazioni. Il motto è: from raging to saging, dall’ira alla saggezza. Il problema non è la rabbia che, anzi, è una risorsa naturale: il problema è non esserne consapevoli. Tutti coviamo rabbia dentro di noi, anche se molti sono restii ad ammetterlo».
Come reagiscono?
«L’istinto è negare di essere legati a certi comportamenti. Ma la rabbia non è solo l’insulto, lo scatto del momento, né tanto meno la violenza: è anche come controlli i tuoi figli, come condizioni la vita degli altri, come li giudichi, come scappi, come ti lasci travolgere dagli impegni. Molti sono convinti di non covarla in sé: si arrabbiano subito, se insinui il dubbio. Specialmente gli uomini».