Senza bussola

Lo scontro è di quelli che lasciano il segno perché, al di là del tono, i protagonisti sono autorevoli tecnici. Grande cultura, ma anche grande suscettibilità. Ci riferiamo al botta e risposta tra Francesco Giavazzi, editorialista economico del Corriere e il ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa. Un botta e risposta inusuale anche nella forma perché il ministro dell’Economia non ha risposto alle critiche di Giavazzi con una lettera al Corriere del quale pure è stato collaboratore autorevole per anni, ma con una e-mail inviata a 92 autorevoli signori tra economisti, banchieri e opinionisti. Lo strumento utilizzato, l’e-mail, e i rispettivi destinatari testimoniano l’idea élitaria che il ministro Padoa-Schioppa ha del governo di un Paese moderno. Se non corressimo il rischio di essere irriverenti verso alcuni destinatari di quella e-mail, diremmo che la risposta di Padoa-Schioppa sembra quasi una denuncia al sinedrio di chissà quale associazione dell’irrispettoso articolo di Francesco Giavazzi anch’egli, probabilmente, componente dello stesso sinedrio. Insomma una sorta di richiamo al rispetto e all’obbedienza. Entrando nel merito del contendere e tralasciando le nostre illazioni mai come questa volta Giavazzi ha ragione. Sono, ormai, oltre due mesi che il ministro dell’Economia grida al disastro della Finanza pubblica tanto da spingere le agenzie di rating internazionali a minacciare di rivedere il proprio giudizio sul debito italiano. E sono due mesi che nulla è stato fatto. La manovra correttiva del decreto Visco-Bersani si è limitata ad un aumento delle entrate senza toccare né la spesa e men che meno il meccanismo di sviluppo. Per noi non è una sorpresa avendo fin dall’inizio valutato il documento di programmazione finanziaria presentato dal governo come il trionfo della ovvietà con analisi largamente condivisibili ma privo di ogni indicazione di strumenti concreti. Insomma una sorta di documento da centro studi. La stizzosa risposta di Padoa-Schioppa denota un nervosismo che non appartiene all’uomo e testimonia, invece, una crescente difficoltà ad imbastire una linea di politiche economiche capaci di fare uscire l’Italia dalle secche. Ha, dunque, ragione Giavazzi nel criticare l’improvvisa sonnolenza del ministro dell’Economia che dovrebbe ricordare che questa volta l’Italia non ha sul groppone quel vincolo esterno che la Banca d’Italia di Carlo Azeglio Ciampi di cui lui era vicedirettore generale pose all’epoca sulla politica di bilancio. L’uscita alla fine del 1990 della lira dalla banda larga di oscillazione del Sistema monetario europeo (+/- 6,5 per cento) e il suo ingresso nella banda stretta (+/- 2,5 per cento) scatenò, infatti, una politica di alti tassi necessari per sostenere la nuova forza della nostra moneta che a sua volta riversò sul bilancio dello Stato una valanga di spese per interessi che portò dritto alla svalutazione del settembre ’92. Quello scellerato vincolo esterno grazie a Dio e all’euro non c’è più e la spesa per gli interessi il prossimo anno aumenterà in linea con l’incremento del tasso di sconto deciso dalla Bce lasciando così al governo quella libertà che richiede una manovra economica di ampio respiro. E qui casca l’asino. Non solo, come dice Giavazzi, non c’è una sola idea per come controllare la spesa (ticket sanitari, elevazione dell’età pensionabile, chiusura delle finestre previdenziali e di via di questo passo) ma neanche per come rilanciare lo sviluppo posto che quest’anno, se tutto va bene, la crescita sarà dell’1,5 per cento. Quasi un punto in meno della media dei Paesi della zona euro. E su questo versante anche gli economisti in verità segnano il passo. L’allarme prioritario, infatti, è la scarsa crescita e la perduta competitività dell’Italia negli ultimi dieci anni. Senza una strategia per lo sviluppo chiara e comprensibile sarà politicamente difficile chiedere alle forze sociali di condividere i necessari tagli alla spesa corrente e senza il consenso delle forze sociali questo governo non farà alcun provvedimento. Ragionando in questi termini, diventa più chiaro il dramma politico in cui si trova Padoa-Schioppa e si può comprendere, senza giustificarlo, il suo nervosismo. Non sarà, però, rivolgendosi ad un sinedrio che Padoa-Schioppa uscirà dalle strette in cui si trova, ma solo se indicherà con forza, compostezza e determinazione all’intero governo la strada da percorrere. Non suoni offesa, ma per imporre ad altri una direzione di marcia, bisogna già averla chiara nella propria testa. E non mi sembra che questo sia il caso.