Senza case, strade e fogne dal ’52 il «Villaggio dei fiori» mai sbocciati

Andrea Fontana

Era stato battezzato «Villaggio dei fiori» e invece, in 54 anni, sono spuntate solo sterpaglie ed erbacce: nemmeno l’ombra di una margherita o di un tulipano, ma neppure del nuovo quartiere in cui una sessantina di famiglie aveva sognato la propria casa. Alla periferia est della città, un quartiere-fantasma rivendica da più di mezzo secolo il diritto all’esistenza e ora chiede all’amministrazione Moratti di decidere la sua sorte. A poco più di un chilometro dalla tangenziale, affacciata su via Novara, l’area di 120mila metri quadrati tra via San Romanello e via Caio Mario, divisa in lotti e venduta nel 1952, è una discarica a cielo aperto: strade interne asfaltate per metà e per l’altra piene di buche, mucchi di terra, auto abbandonate, una distesa di immondizia e preservativi ricordo di frequentazioni notturne, qualche siringa.
Non l’avevano immaginato così i proprietari che avevano risposto mezzo secolo fa a quell’annuncio pubblicato su grandi cartelloni «Vendesi lotti per piccole residenze artigianali con servizi urbanistici», un progetto con tanto di chiesetta e campo sportivo, ma con un difetto inizialmente dimenticato da tutti: il piano di lottizzazione non ha ancora l’ok dei tecnici comunali. Eppure i primi segnali di urbanizzazione arrivano subito: la cabina dell’Enel, i pali della luce, i marciapiedi e l'asfalto su alcune vie interne. Altrettanto puntuale la beffa. Nel 1953, il nuovo Piano regolatore definisce l’area come «verde agricolo»: cioè vietata la costruzione e addio al sogno della villetta in periferia. «Abbiamo comprato al prezzo di un terreno edificabile e ce ne siamo trovati in mano uno agricolo che a quel tempo valeva 200-300 lire per metro quadrato» protesta Ettore Passoni. «Ho pagato con le cambiali le 1.100 lire al metro quadrato, che era il valore del mio terreno, e ho iniziato a costruire - spiega Bianca Guarino -, poi un giorno il Comune ferma tutto. Secondo il notaio il problema era risolvibile in pochi giorni».
E invece no, nei 20mila giorni trascorsi da quello stop non succede nulla: sei o sette famiglie proseguono i lavori di edificazione che poi regolarizzano con il condono edilizio degli anni ’80, gli altri non posano neppure un mattone e restano in attesa, con il loro lotto recintato, l’erba alta e il lucchetto al cancello. Nessuna possibilità di vendere la fetta di terra visto lo scarso valore e la collocazione geografica, ma allo stesso tempo l’idea di abitare lì non affascina nessuno visto che fognatura e strade decenti sono un miraggio.
Ora il «Quartiere dei fiori», da cui vent'anni fa è nato il «Comitato san Romanello», chiede di tornare a vivere o di morire per sempre. «I politici prendano una decisione - allarga le braccia Fausto Bescapè -: se vogliono fare un parcheggio, ci esproprino i terreni, ma risolviamo questa situazione». «Chiediamo che l’area sia convertita da verde a edificabile - argomenta Ornella Passoni -: in questo modo o diventerà appetibile per qualche società di costruzioni oppure avremo i servizi che ci spettano».
In realtà, la grande occasione per uscire dallo stallo era già arrivata. All’inizio degli anni ’90, gli architetti del consorzio dei proprietari presentano un progetto di variante al Piano regolatore che ottiene il via libera del consiglio e della giunta comunale. La giunta Pillitteri cade e, dopo la fase di commissariamento, la nuova amministrazione cittadina, guidata da Marco Formentini, dimentica la variante nel cassetto. «È il momento che la politica entri in gioco, perché quella è una zona importante per Milano - propone Alan Rizzi, consigliere comunale di Forza Italia, che segue da tempo la vicenda di San Romanello -. Dopo l’estate, proporrò al sindaco di trovare una soluzione, anche perché in quello stato di abbandono la zona diventa pericolosa, vista la gente che vi circola». Il quartiere, con un nome da oasi, ma una realtà da Dopoguerra, aspetta.