Senza giustizia dopo vent’anni

Oggi fanno vent’anni che è morto Enzo Tortora, e il caso vuole che il Giornale m’abbia chiesto di scriverne proprio mentre ero immerso in una biografia su Enzo Tortora che è tra le migliori biografie che abbia mai letto in assoluto, qualcosa che forse dovrebbero leggere e rileggere colleghi, avvocati, magistrati, cittadini e scolari che credono di sapere e invece non sanno, credono di ricordare e invece non ricordano, credono che ogni tanto succeda ancora qualcosa, nel mondo della malagiustizia italiana, e invece è già successo tutto: ma di più. Questa biografia è titolata «Dagli applausi agli sputi» (Sperling&Kupfer) e l’ha scritta Vittorio Pezzuto in molti anni di lavoro, e dico la verità: da principio pensavo che non mi sarebbe importato granché del Tortora giornalista e uomo di spettacolo a tutto tondo: senonché l’impressionante genialità innovatrice e anticipatrice del Tortora televisivo (il suo «Portobello» anticipò trasmissioni come «Chi l’ha visto?», «Stranamore», i «Cervelloni» eccetera) non fu la vetta da cui un intero Paese decise che doveva cadere inesorabilmente, irrazionalmente, vergognosamente. I ferri esibiti davanti alle telecamere la mattina del 17 giugno 1983, all’uscita dall’hotel Plaza di Roma, furono la straordinaria inaugurazione della giustizia spettacolo all’italiana. La messinscena del processo mediatico che ne seguì, nondimeno, fu l’ouverture di un patto scellerato tra giornalisti e procure di cui non ci siamo ancora liberati. Per non parlare dell’allegra stagione del pentitismo di cui il caso Tortora fu implosione, lo scandalo di assassini e psicotici trattati in guanti bianchi purché accondiscendessero alle richieste della pubblica accusa: stiamo parlando di animali come Pasquale Barra, che in carcere uccise un uomo divorandogli il cuore, o di psicotici come Giovanni Pandico che uccise due passanti dopo che un impiegato dell’anagrafe era stato troppo lento nel dargli un certificato. Stiamo parlando di un giornalismo conformista che si esercitò nel bastonare il collega che affoga, laddove penne avvelenate d’invidia costruirono capi d’accusa basati sul niente: ma attenti, colleghi che c’eravate, perché Vittorio Pezzuto non ha fatto sconti, le vostre perle sono state rimesse nero su bianco e sono tutte da rileggere, così come lo sono le perle di una magistratura scandalosa, boriosa e supponente per quanto incredibilmente impunita. Sì, perché le ceneri di Enzo Tortora attendono ancora giustizia: ogni causa intentata presso il tribunale civile di Roma, o presso la Corte europea dei diritti dell’uomo, si è insabbiata in un mare di cavilli. Nessun magistrato ha ufficialmente sbagliato per il caso Tortora: nessuno. E nessuno ha mai risposto davvero al j’accuse lanciato da Leonardo Sciascia: «Vorrei sapere se sia vero che l’accusa che Tortora usasse soldi raccolti per i terremotati è fatta da un anonimo, se sia vero che il mandato di cattura è stato spiccato per la denuncia di due pentiti, se sia vero che un decina di persone sono state arrestate nell’intento di trovarne una sola, se sia vero che duecento persone sono state arrestate per omonimia». Nell’attesa di una risposta, nessun magistrato ha pagato una lira o un’oncia della propria carriera. Felice Di Persia è diventato membro del Csm e procuratore capo a Nocera Inferiore. Lucio Di Pietro è diventato procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia e Procuratore generale a Salerno. Diego Marmo è diventato procuratore generale presso il tribunale di Torre Annunziata. Luigi Sansone è presidente di Cassazione. Orazio Gattola è presidente di sezione a Torre Annunziata. Se non stai attento, i suddetti magistrati sono ancor oggi capaci di querelarti. È successo: hanno querelato giornalisti e denunciato, per calunnia, gli stessi avvocati che avevano vanamente promosso una causa civile contro di loro. Anche le ispezioni ministeriali promosse dall’allora ministro Sebastiano Vassalli non diedero risultati: tutti a posto, tutti assolti. Anche il plenum del Csm, riunito nell’aprile 1989, votò a maggioranza l’archiviazione di ogni accusa nei confronti dei magistrati; tra i pochi che si ribellò ci fu Giancarlo Caselli, che parlò di «sciatteria» e di «gravi omissioni» dei suoi colleghi napoletani oltreché di gente arrestata per omonimia e tenuta in galera per due anni e mezzo, e cittadini tenuti pure in galera senza neppure un indizio. Non servì. Fu tutta una corporazione a restare impunita o perlomeno mai punita: il referendum promosso proprio a margine del caso Tortora, quando nel 1987 gli italiani votarono a favore della possibilità di punire i magistrati per cosiddetta «colpa grave», è rimasto lettera morta. Da allora a oggi, i magistrati puniti per colpa grave sono stati zero. Ripetiamo: zero. Non ha pagato nessuno, mai. Uno dei pentiti più celebri, Gianni Melluso, nel 1992 rilasciò un’intervista e tornò a calunniare Tortora: denunciato, fu assolto da un magistrato che esordiva in quegli anni: Clementina Forleo. Anni dopo, nel 1995, Melluso racconterà di aver inchiodato Tortora seguendo un copione che i magistrati gli avevano suggerito di recitare in cambio della libertà. Ma era pur sempre la parola di un pentito.
La battaglia per dimostrare che Tortora era innocente durò 1185 giorni. Fu eletto nel partito radicale, ma fu condannato a dieci anni per droga e associazione a delinquere a scopo camorristico, e tornò in carcere rinunciando all’immunità parlamentare. La sentenza d’appello smontò l’impianto accusatorio con scandalosa facilità. «Io sono innocente», aveva detto Tortora fissando negli occhi i magistrati, «spero dal profondo del cuore che lo siate anche voi». Morì di cancro di lì a poco, il 20 maggio 1988, lasciando vivi e disorientati noi tutti.
Filippo Facci