«Senza grandi opere Italia fuori dall’Europa»

«Dall’Olimpiade 57mila posti di lavoro: nel 2004 il Cio voleva spostarle, noi le abbiamo salvate»

Marcello Foa

nostro inviato a Torino

Dopo Washington, un Berlusconi più che mai americano. A Torino, in un Pala Mazda gremito di entusiasti sostenitori di Forza Italia, il presidente del Consiglio rinnova gli attacchi alla sinistra e sollecita una battaglia elettorale filoatlantica e per la libertà.
I passaggi più forti del suo lunghissimo intervento (ha parlato quasi due ore) sono riservati ad argomenti su cui i piemontesi sono sensibili: le grandi opere, le Olimpiadi, la Fiat. Per quel che concerne le prime, il Cavaliere insiste sul fatto che, nonostante l'ostilità della gente di Val di Susa, le linee dell'Alta velocità porteranno grandi vantaggi: «Se non si comincia a lavorare sui trafori diventeremo una propaggine dell’Africa, non saremo più un Paese dell’Europa». Cita il corridoio 5, dal Portogallo a Kiev, e la dorsale nord-sud, che consentiranno di creare centomila posti di lavoro in più: nel nostro Paese transiterà il 40% del traffico merci europeo. Poi evidenzia l'apertura dei 75 cantieri - citando, ovviamente, il Mose e il Ponte sullo Stretto - e promette che nella prossima legislatura, se il centrodestra avrà la maggioranza, realizzerà tutti i 125 progetti. E qui parte una stoccata alla sinistra: «Noi abbiamo rispettato il contratto con gli italiani, loro considerano i programmi carta straccia», accolta da un boato. «Loro hanno speso miliardi di euro inutilmente, noi abbiamo investito 51 miliardi in opere per modernizzare il Paese. Anche se da ragazzo in matematica avevo solo 6, questi conti li so fare».
Erano 12-13mila i fan presenti nel palazzetto, molti più del previsto: molti hanno dovuto seguire la manifestazione in piedi. Torino, la città delle Olimpiadi: il Cavaliere ne esalta il successo, ma polemizza con le amministrazioni locali di sinistra. Rivela che nel settembre 2004, il presidente del Cio Rogge e Jean-Claude Killy si sono presentati a Palazzo Chigi: esasperati dalla lentezza dei preparativi del Toroc, avevano annunciato che avrebbero tolto i Giochi al capoluogo piemontese. Erano persuasi che la città non sarebbe stata pronta per il febbraio 2006. Berlusconi garantì che il Paese ce l'avrebbe fatta e incaricò Letta e Pescante dell'organizzazione. «Se oggi tutti salutano il successo delle Olimpiadi - dichiara il leader di Forza Italia - il merito non è delle amministrazioni locali, che hanno coperto solo il 2% delle spese, ma di tutti gli italiani e dei piemontesi, grazie all'intervento decisivo del governo».
E ancora, il Cavaliere saluta la ripresa della Fiat, ma poi approfitta di quest'occasione «per togliersi un sassolino dalla scarpa». Ricorda come nel 2002 tutti la ritenevano spacciata, «ma il governo ha creduto nella Fiat e, nonostante il disaccordo dei sindacati, ha promosso accordi di programma che hanno consentito al gruppo di risorgere». Chi non lo riconosce «arreca un'offesa grave». Poi l’impegno a fare tutto il possibile anche in futuro.
Berlusconi denuncia la campagna denigratoria della sinistra: «Qui a Torino hanno taroccato i manifesti, facendomi apparire come un clown. Diffondono persino lettere false a mia firma in cui si afferma esattamente il contrario di quel che prometto agli elettori». Episodi che lo inducono di ironizzare sull'Unione. «Loro sono sempre corrucciati, tristi e pessimisti. Si macerano nel rancore e per questo invecchiano anche prima».
Si dice amareggiato dalle critiche ricevute per il suo viaggio in Usa, perché al Congresso non ha rappresentato una sola parte politica, ma tutto il Paese. Attacca la Rai per aver negato la diretta del suo discorso, «pronunciato nel tempio della democrazia, al termine del quale i parlamentari americani hanno fatto la fila per un'ora, per ringraziare l'impegno e per la solidarietà dell'Italia».
Dopo questo viaggio, Berlusconi è ancora più convinto della necessità di una ferrea alleanza tra le due sponde dell'Atlantico. Riprende molti dei temi sviluppati nella tre giorni statunitense. Evidenzia come prima del 2001 il nostro Paese fosse marginale sulla scena internazionale, mentre oggi svolge un ruolo di rilievo. Appena pronuncia il nome di Prodi dalla platea si alza un ululato di disapprovazione. «Prodi - continua Berlusconi - mi ha accusato di non essere europeista, ma ora lui vuole comportarsi come fecero le potenze democratiche europee davanti a Hitler, stringendo l'accordo di Monaco nel '38. Oggi non possiamo lasciare gli Usa soli nella lotta contro il fondamentalismo islamico. L'Europa non deve diventare una fortezza isolata».
Secondo il leader di Forza Italia, la sinistra finisce sempre per parteggiare con i regimi antidemocratici: cita Cuba, la Corea del Nord, il primo Saddam. «Loro chiamano combattenti i terroristi e definiscono d'occupazione la nostra missione a Nassirya». Poi tuona: «Vergogna».
Berlusconi ricorda alcuni aneddoti della sua gioventù e racconta, come sempre, qualche barzelletta. Ma è il tema della libertà ad appassionarlo di più: esalta gli Usa come «essenza della democrazia» e si rammarica che i giovani non siano molto sensibili a questi argomenti. Ma alle elezioni del 9-10 aprile gli italiani dovranno scegliere tra una coalizione che difende e promuove la libertà autentica e quella di sinistra che vuole «uno Stato invadente, uno Stato che impoverisce i cittadini».
Il finale del comizio è tutto dedicato ai risultati conseguiti dal governo finora. «Abbiamo abolito decine di leggi e unificato numerosi codici, come quello della nautica da diporto, dei beni culturali, della comunicazione, della difesa ambientale». Ricorda la riforma del codice della strada, grazie alla quale oggi ci sono 2300 morti in meno solo sulle strade fuori città. Sottolinea le riforme in favore dei pensionati e l'introduzione del bonus per i neonati. Attacca la sinistra per le sue menzogne contro la riforma della scuola e si dice fiero di aver dato l'opportunità a tutte le famiglie di scegliere tra scuola pubblica e privata. Cita la digitalizzazione dei servizi burocratici e l'abolizione del servizio di leva, ammonendo che la sinistra vuole reintrodurre il servizio militare obbligatorio. Infine ricorda che tra poco più di un mese bisognerà scegliere tra lui e Prodi, anzi tra lui e D'Alema «perché il vero capo della sinistra è quello lì».