Senza l’arma delle manette Borrelli non tocca «pallone»

Giancarlo Lehner

L’amico Filippo Facci mi cita a proposito della sua commossa partecipazione all'amara sorte toccata al dottor Francesco Saverio Borrelli, disceso dalla sella dell'ippica, cioè dall'ottima e nobile compagnia del cavallo, al popolare mondo del pallone.
Anch'io guardo e piango l'ex procuratore di Milano, ma per due motivi ch'io ritengo più gravi:
1) nel suo nuovo ruolo di inquisitore calcistico non strappa uno straccio di confessione neppure ai raccattapalle della Juventus e, di questo passo, non riuscirà neppure ad incastrare il Milan ed a farlo retrocere fra i dilettanti, serie zeta. Chi lo prescelse, del resto, cos'altro sperava se non la soluzione finale del caso Berlusconi attraverso la nemesi calcistica? Caro Facci, io, ingenuamente, ti domando: non sarà che, rimasto solo, senza l'ausilio dello choc carcerario («Ma in fin dei conti, è proprio così scandaloso chiedersi se lo choc della carcerazione preventiva non abbia prodotto dei risultati positivi nella ricerca della verità?»), Borrelli finisca per denotare professionalità e capacità assai meno esaltanti di quelle a suo tempo esaltate? Mancandogli «la vibrazione emotiva della restrizione appena subita», il Nostro melomane, insomma, non cava un ragno dal buco.
2) il tuo Borrelli, caro Facci, è da tempo in inarrestabile caduta libera: aspirava, come Cincinnato, ad una dittatura straordinaria - rammenti, Filippo, l'intervista del 1° maggio 1994 agli adoranti del Corsera, a proposito di una sua «chiamata» a palazzo Chigi da parte del presidente della Repubblica? -; quindi, si accontentò di diventare magistrato delle acque e partecipò con spirito decoubertiano alla tenzone, classificandosi, purtroppo, secondo, piazzamento onorevolissimo, benché i candidati fossero solo due. In ultimo, i Ds hanno ringraziato D'Ambrosio, posizionandolo in Parlamento, mentre Di Pietro - o tempora! o mores! - l'hanno fatto addirittura ministro. E a Borrelli che hanno dato? Niente, solo il rischio di figuracce in un'inquisizione senza custodia cautelare e la minaccia di gettare la chiave.
Approfitto per un’altra rapidissima esternazione: Romano Prodi è un puffo, un puffone, anzi un buffone, ma così buffone che più buffone non si può. Qui lo dico e qui lo confermo, anzi sto facendo le prove con un apposito coro di voci bianche e rosse, che seguirà il presidente del Consiglio in Italia ed all'estero, per accoglierlo sempre e dovunque al grido di «buffone! buffone! buffone!». Ciò perché sia consapevole, il buffone, minuto per minuto, di essere un grande buffone, un buffone totale, un buffone da pole position.
Fatto è che quando si tratta di «utilità sociale», io sono sempre in prima linea.