Senza papà, a Walter Venturini non basta l’«amore» dell’ Msi

E arriva il giorno delle elezioni regionali, le prime nella storia d’Italia. Il 9 giugno il Secolo d’Italia può gridare in un titolo a tutta pagina la sua soddisfazione: «La Fiamma avanza in tutte le regioni». È vero: il partito passa dal 4.3 per cento delle politiche del 1968 al 5.2 nel 1970. I monarchici del Pdium dimezzano i proprio consensi, precipitando allo 0.7. Da questa sconfitta nascerà il primo grande progetto politico di Almirante, l’annessione di quel che resta del Pdium al suo partito, con la nascita della Destra Nazionale. Ogni volta che ricorda quella scelta donna Assunta scuote il capo: «Aveva già fatto tutto Giorgio, Fini con An non si è inventato niente». Ma il problema è un altro. La linea dei comizi nelle piazze, della campagna elettorale condotta a tappeto, in mdo agressivo, e sfidando ogni minaccia, almeno in termini di consenso elettorale ha pagato: «Mi sembra – è il primo commento di Almirante – che la nostra dura e coraggiosa campagna elettorale si sia conclusa con un successo politico».
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Il trascorrere del tempo, però non cancella il ricordo e il senso di colpa del Capo. Un giorno, a metà degli anni Settanta, il segretario del Msi torna a casa e annuncia a sua moglie: «Ho deciso di prendere la liquidazione da parlamentare e di comprare una casa a Genova. La intesterò a Walter e farò in modo che sia data in usufrutto alla signora Rita». Donna Assunta gli risponde: «Se è quello che vuoi, io non posso esserne che felice». E lui: «Non è quello che vorrei. Ma purtroppo è tutto quello che posso fare».
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Gianni Plinio, vicepresidente An della Regione Liguria, mi riceve nel suo ufficio. È un cinquantenne alto, con i baffi e i capelli bianchi. Nel ripiano della sua libreria ha un piccolo pantheon di foto, in bianco e vero, fra cui spicca quella di Ugo Venturini.
«Io e Giorgio, eravamo stati camerati di Ugo, e avevamo promesso alla moglie che avremmo fatto di tutto per trovare un lavoro a Walter, non appena avesse finito le scuole. All’inizio degli anni ottanta il proprietario dell’Hotel Savoia Majestic di piazza Principe era Marco Fioroni, un nostro militante. Gli chiedemmo: “Te la senti di trovare qualcosa da fare per il figlio di Venturini?”. Non passarono due giorni che il ragazzo fu assunto. La signora intanto si stava risposando, era la vita che ricominciava».
Unberto Testori mi accoglie sulla soglia di casa sorreggendosi sulle stampelle. È un uomo alto, settant’anni ben portati, con gli occhi chiari e un vocione imponente. Una operazione andata male gli ha danneggiato il tendine, ma non gli ha minimamente indebolito il carattere. Seduto sulla poltrona parla di uomini, di politica, di passato e di presente: «Vede, Ugo era un ragazzo d’oro, gliel’avranno detto, faceva anche il volontario sulle autoambulanze, e Dio solo sa dove trovasse il tempo. Viveva praticamente per la politica, andavamo allo stadio insieme... Era un ragazzo deciso, uno che non porgeva l’altra guancia. Basso, ma con un fisico piazzato. Uno splendido squadrista». Squadrista? Testori sorride: «Certo, lo eravamo. E se qualcuno le dice il contrario non ci creda. Squadrista per me voleva dire essere coraggioso, sapere che spesso l’alternativa era fra rimetterci la pelle e prendere un sacco di botte. Però allora si credeva in quello che faceva, non come oggi che si rinnega tutto: può scriverlo: io ho alle ultime elezioni ho votato l’Alessandra, perché quelle fesserie dette da Fini sulla Repubblica, in Israele, non mi sono piaciute per niente». Quando gli si chiede se aveva visto ancora la signora Venturini, dopo la morte di Ugo, Testori sospira: «Seppi che si era risposata con Borghini, che era uno dei nostri ragazzi: non un iscritto, ma simpatizzante sicuramente sì. Era un caro amico di Ugo. Trovai molto bello che nel lutto si fossero trovati l’un l’altro».
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Gianni Plinio, 2004:
«Accadde all’inizio degli anni novanta, forse: Fioroni venne da me e da Giorgio Bornacin e ci disse: “Guarda che ci sono dei problemi con il ragazzo”. Che problemi? Abbassò gli occhi, imbarazzato: “È che... sono scomparse delle cose dalle camere. Soldi, gioielli... È stato Walter, non ci sono dubbi. È accaduto più volte, e io purtroppo non posso più tenerlo, perché non farei un servizio né a lui né all’albergo”. Restammo di sale. Anche perché, purtroppo, non era ancora il peggio».
Giorgio Bornacin: «Chiamai la madre, venne a trovarmi lei, al partito. Si sedette davanti a me, e non appena nominai il ragazzo per chiederle cosa fosse accaduto scoppiò a piangere. Aveva dei problemi di droga, mi disse, e anche seri. Parlammo di cosa si poteva fare, cercammo una comunità dove poterlo ricoverare, e la trovammo, a La Spezia. Ma ad un tratto non potei fare a meno di chiederle. Scusi signora Rita, ma perché non è venuta prima, da me? Lei mi guardò, fece una lunga pausa, e mi disse: “Perché mi vergognavo”».
(3 - continua)