Senza patente fugge, vigile spara: in coma

Ha 19 anni ed è cingalese: è in fin di vita. L’agente è indagato

Anna Savini

da Como
Il ragazzo ha un solo peccato sulla coscienza. Ha il foglio rosa nel portafogli e quattro amici in auto senza patente. Quindi lui, su quella Bravo nera, non dovrebbe stare al volante, ma al posto del passeggero. Lui e i suoi amici stanno facendo un giro intorno a Como. I vigili, in borghese, lo inseguono. Gli intimano di fermarsi, lui non si ferma subito e va avanti un po’. C'è un inseguimento, poi si ferma. I tre agenti scendono con le pistole in pugno, spalancano le portiere e trascinano giù i ragazzi. Li fanno mettere spalle al muro. Cinque minuti dopo Rumesh Raigama Achrige è a terra. Un colpo di pistola gli è entrato nella parte sinistra della nuca e gli è uscito dal centro della testa. È stato l'agente di Polizia locale Marco Dianati a sparare, alle cinque e mezza di ieri pomeriggio e ora è indagato per lesioni personali gravissime.
Il ragazzo colpito ha compiuto 18 anni lo scorso ottobre e quello potrebbe essere stato il suo ultimo compleanno. Perché Rumesh, dopo quel colpo sparato dal vigile che ha 39 anni e un figlio, è in coma. Operato all'ospedale Sant'Anna, in condizioni disperate, lotta per restare in vita.
Rumesh è un ragazzone con la pelle color cioccolato. È nato nello Sri Lanka ma vive a Como da sei anni. Frequentava una scuola professionale, ma poi ha lasciato gli studi. Ha un sacco di amici che ieri erano tutti fuori dall'ospedale a maledire il cielo e ancora di più «lo sbirro» che ha ridotto in fin di vita il loro amico.
Un testimone ha raccontato che la scena sarebbe andata così: i ragazzi al muro, tre vigili scesi con la pistola in pugno, la perquisizione dei cinque ragazzi e poi, mentre Rumesh tentava di scappare, lo sparo. Nadir Cunio, 18 anni, uno dei compagni che era con il giovane colpito dal proiettile, ha descritto l’episodio in maniera diversa: «Eravamo al muro, vicino alla macchina. Ci stavano perquisendo. Poi quel vigile ha detto a Rumesh: “Guarda lì”. E ha sparato. Poi ha detto: “Ho sbagliato”». Niente tentativo di fuga, quindi.
«Colpa di una politica scellerata dell'assessore alla sicurezza che ha deciso la linea dura contro i graffitari - tuona il consigliere Bruno Magatti -. Se questo è il modo per mantenere la legalità, se c'è bisogno di tirare fuori le pistole, siamo proprio a un punto inaccettabile». Perché dietro allo sparo sembra esserci la lotta ai writers. Una pistola contro chi usa le bombolette. Perché l'inseguimento, da quanto sta ricostruendo la Procura, sarebbe nato proprio dalla voglia dei vigili di bloccare i graffitari.
«Ma se sono writer lo sono diventati dalla sera alla mattina», dicono gli amici di Rumesh. «E comunque anche se fosse, che razza di reazione è - grida Jonatan Chiriaco, uno dei tanti amici che aspettano di sapere come sta l’amico -. Dai la caccia a un graffitaro con una pistola?». La mamma e il papà di Rumesh sono sotto choc. La mamma arriva in ospedale in lacrime e sviene. Quando si riprende riesce solo a pregare e a chiedere: «Perché? Perché?». Il papà sembra il più forte dei due, ma riesce solo a dire di aver dato al figlio il permesso di uscire.
A loro non interessa quel che dice il sindaco, Stefano Bruni: «Sono molto scosso e sono molto vicino al ragazzo e al vigile. Il controllo della sicurezza dei cittadini è costellato di rischi. Mi dispiace moltissimo, ma esprimo pieno sostegno agli agenti che operano sul territorio nell'interesse generale della convivenza civile». L'agente che ha sparato è papà di un bambino. Gli amici di Rumesh non lo sanno ancora. Ma gridano: «Ma lo sa quanto vale una vita umana? E se adesso ci fosse lui fuori dall'ospedale e suo figlio dentro con un colpo di pistola in testa?».