Senza politica condannati alla decadenza

Non è un dramma, come dice Berlusconi, né è la crisi di una idea come dice Padoa Schioppa, quel doppio fallimento che si è consumato a Bruxelles l'altro giorno sulle prospettive finanziarie dell'Unione Europea e sul blocco del processo di ratifica della sua Costituzione. I due giudizi sono del tutto condivisibili, ma se non si comprendono appieno le ragioni del doppio fallimento il dramma e la crisi dell'idea europea potrebbero sopravvenire in tempi molto più rapidi di quel che si creda. Le difficoltà di oggi sono da ricondurre alle modalità con le quali l'Europa si è realizzata dagli accordi di Maastricht in poi e principalmente a due di esse: a) un gravissimo deficit di democrazia; b) un lobbismo crescente e soffocante che impera a Bruxelles come a Strasburgo. Due facce della stessa medaglia, naturalmente, quella della depoliticizzazione del Consiglio e del Parlamento. Quando nel redigere il testo della Costituzione non ci si affida ad una assemblea costituente eletta direttamente dai popoli o allo stesso Parlamento di Strasburgo ma ad un organismo dove i parlamentari europei sono solo 16 su 102 componenti, si sceglie la strada elitaria di una designazione dei «costituenti europei» e non di una loro elezione coinvolgendo, così, molto poco le forze politiche di ciascun Paese. L'unità politica di una comunità nella storia dei popoli è andata avanti sempre di pari passo con la crescita delle rispettive istituzioni parlamentari.
Quando si tentano scorciatoie «tecnocratiche» come nel caso della Convenzione, si dà l'immagine di un organismo elitario, non espressione diretta della volontà popolare e quindi di una sorta di cappa non democratica e sempre più lontana dagli interessi veri delle famiglie europee. Né è sufficiente dire che nella Convenzione la quasi totalità dei componenti erano uomini con esperienza politica, a cominciare da Giscard d'Estaing e da Giuliano Amato, perché nessuno di loro era stato eletto parlamentare europeo né componente della Convenzione stessa. Un deficit democratico, dunque, nella composizione della Convenzione che non è stato sanato dal voto di ratifica del Parlamento europeo e che è diventato un boomerang nei referendum di ratifica. Insomma, quel che è mancato sin dall'inizio nel processo costituente è il coinvolgimento delle forze politiche nazionali senza le quali è possibile far passare un trattato economico o un accordo sulla moneta unica ma non certamente una carta dei diritti e dei doveri in cui tutti i cittadini europei dovrebbero ritrovare la propria identità. L'identico deficit politico è alla base del mancato accordo sulle prospettive finanziarie 2007-2013.
La scorsa settimana avevamo avvertito il presidente di turno del Consiglio, il lussemburghese Juncker, che sarebbe andato incontro ad un fallimento clamoroso perché la sua proposta era lontanissima da quella approvata dal Parlamento europeo a larghissima maggioranza ma anche da quella di molti governi nazionali. E cosi è stato. Ed allora una domanda si impone. Perché le forze politiche, a cominciare dai popolari e dai socialisti, a larghissima maggioranza hanno saputo trovare nel Parlamento europeo un accordo sulle prospettive finanziarie e i governi retti, nei singoli Paesi, dalle stesse identiche forze politiche hanno fatto cilecca? Anche qui torna in campo il deficit politico. Se non si dà al Parlamento di Strasburgo, diretta espressione dei popoli europei e delle forze politiche presenti negli Stati membri, il potere di deliberare il proprio bilancio difficilmente si faranno passi in avanti. Se a tutto questo, poi, si aggiunge: a) la soffocante e burocratica intromissione della Commissione, altro organismo non eletto dal Parlamento ma designato dai governi, nell'attività di regolamentazione e nella stessa attività legislativa; b) la mancanza, nel Consiglio, di leader del livello di Kohl, Mitterrand e Andreotti, tanto per citare gli ultimi in ordine di tempo, si comprende molto bene lo stallo in cui l'Europa si trova.
Per riprendere il cammino, allora, bisogna ripartire dal Parlamento che deve assumere esso una iniziativa per un nuovo testo di Costituzione da affidare poi alla ratifica degli Stati membri e dalla decisione del Consiglio di accettare le proposte votate dal Parlamento, almeno quelle approvate dai due terzi dell'assemblea. Con la politica costruimmo l'Europa vincendo resistenze e scetticismi, senza di essa rischiamo di condannarla ad una decadenza irreversibile con tutto quello che ne deriverebbe sul terreno economico e commerciale.