"Senza progetti non si vive La mia paura? Rimbambire"

Domani il compleanno dell'instancabile anchorman, Maurizio Costanzo. Giornalista, scrittore, autore e conduttore: mezzo secolo di carriera e di storia del piccolo schermo. "Mi feci crescere i baffi nel '76 dopo avere avuto il parere positivo di Nino Manfredi"

La paura di rincoglionire. Detto e scritto così, senza giri di parole. Il dottor Maurizio Costanzo, come sottolinea una delle sue segretarie, va a compiere (domani) anni settanta. Sono un bel montepremi per uno che a forza di sognare di diventare giornalista ha messo assieme cinquanta, ripeto in cifra 50, anni di carriera, tra pubblicista e professionista. Ugo e Jole, padre e madre, non potevano nemmeno immaginare. Nemmeno Bruno, il compagno di scuola, filomonarchico, che lui, Maurizietto repubblicano, prese a cartellate dopo il referendum, prendendosi sulla crapa, per par condicio, una buona scarica. Anni belli ma senza la solita nostalgia canaglia: «Chi vive senza progetti è morto», slogan di giornata, per portarsi avanti con il lavoro, cosa che Costanzo fa da una vita, avendo incominciato a scrivere appunti, cronache e testi teatrali quando gli altri giocavano con la palla e le biglie. «Mia madre Jole mi portava al Valle o al Quirino, domenica dopo domenica mi appassionai al teatro. Devo tutto a lei e a mio padre Ugo il fatto di aver potuto realizzare i miei sogni, senza ostacoli».

Era il ’48 e Nino Taranto girava per città con la rivista È arrivato il Quarantotto, Maurizio Costanzo, in platea, non aveva ancora i baffi («li feci crescere nel ’76, fu un barbiere a dare l’idea e Nino Manfredi la confortò “li avrai folti”, mi tengono compagnia»). Suo padre Ugo, impiegato al ministero dei Trasporti, rivelò, qualche anno dopo, prima di andarsene («avevo vent’anni quando lo persi») di avere tenuto nascosto, durante i mesi della persecuzione, alcuni suoi amici ebrei: «Potevamo finire tutti in campo di concentramento. Ho la memoria, avrò avuto quattro anni, di un soldato tedesco che si ferma davanti al portone di casa nostra, via Livorno numero 7 a Roma, e mi offre un sacchetto di riso. Lo presi e mi misi a piangere, mi metteva paura quel soldato, così come, qualche mese dopo arrivarono dei militaroni neri che fumavano Pall Mall lunghe come loro». Si corre con il diario: «Ero troppo giovane per vivere tutto il dopoguerra, ero troppo grande per vivere tutto il Sessantotto, ne avessi azzeccata una, tutto sfalsato». Non si dovrebbe lamentare. In verità Maurizio Costanzo non si è fatto mancare nulla, mogli in dosi industriali, amori e convivenze varie, figli tre, cani, autista, ville con piscina, direzione di giornali, quotidiani, periodici, poi radio, tivvù, analogica, digitale, satellitare, teatro, cinematografo, canzoni. Altre novità? «Ho fatto quello che volevo, sempre con entusiasmo e spesso dico ai giovani studenti che si avvicinano al mondo della comunicazione e del giornalismo, di avere lo stesso spirito. Ma come possono fare? Dove vanno con internet? Che figli si possono fare via web, chattando al buio? Fanno all’amore ma non c’è amore. Internet ucciderà l’uomo». Detto così, stavolta non è l’urlo di paura di un conservatore: «Non sono un reducista, non ho fatto il militare, ho sempre pagato le tasse, ho la coscienza a posto con me stesso, sogno la serenità ma vedo che molte cose sono cambiate. Ricordo il rapimento di Moro: ero direttore alla Domenica del Corriere e vidi gli operai in tuta marciare verso il centro di Milano. Oggi, a parte che non ci sono più le tute, chi marcia per una vicenda simile? Non vedo partecipazione. Prendete il ’68, stagione importante ma con cose ridicole, la coppia aperta, la negazione della gelosia, il profumo pachuli e le gonne a fiori. E poi gli stessi rivoluzionari, capello lungo, facce smorte, rosi dalla gelosia perché le loro donne o uomini, stavano con un altro o un’altra. Mio figlio Saverio andava con sua madre ai cortei dell’8 marzo ma non mi risulta abbia mai cantato “Tremate tremate le streghe son tornate”».

Mentre accadevano queste cose il Costanzo già intratteneva gli italiani in tivvù con Bontà loro dopo averlo fatto in radio, accompagnato dalla voce dolce di Dina Luce, con Buon Pomeriggio: «Le ascoltatrici mi chiedevano come fossi, dicevo di assomigliare a Mal dei Primitives, tanto alla radio chi poteva smentirmi». Mal Costanzo aveva i baffi ma non portava cravatte: «Le indossai per tre anni, a Buona Domenica, per fare contento Berlusconi, poi me ne liberai». Delle cravatte. Vennero anni di piombo e di tritolo, l’attentato, una luce cattiva, un boato, il tempo e lo spazio di tre secondi separarono Maurizio, Maria, l’autista e il cane dalla morte sicura e vigliacca: «Ho avuto paura di morire in modo doloroso, quello sì. Ma sono anche fatalista, l’età è uno stato dell’animo e della testa. Guardo quelli che fanno jogging e mi preoccupo, lo sport fa male, si muore. Io mi sono messo a dieta, niente fumo, niente bignè alla crema, niente formaggi, ho perso sette chili, ad Ansedonia ho fatto due ore di piscina, non si trattava di nuoto, meglio galleggiamento con una cinquantina di bracciate. Il dietologo Migliaccio mi disciplina, è lo stesso che mi tolse trentacinque chili, ero ridotto a ossicine».

Tra qualche ora si torna in audio e video, a settembre entra in circuito un libro, per i tipi di Aliberti, con allegato dvd, contiene il meglio del Maurizio Costanzo show che in venticinque anni, quattromila e trecento puntate, ottomila e cento ore di trasmissione ha raccolto trentaduemila e trecento ospiti, un milione e seicentocinquantacinquemila spettatori, mutando per venticinque volte la scenografia. Libro e video sono firmati ovviamente dal dottor Costanzo con l’aiuto decisivo di Emanuela Pesci collaboratrice e laureata con il succitato docente. «Non ripenso agli errori, ci sono stati ma non rinvango. Mi angoscia l’imbecillità che sta crescendo da un po’ di tempo, dovunque, il cretino chiama cretino, preferisco sempre un farabutto. Comunque lo ribadisco, quello che mi fa paura è il rincoglionimento».

Tirato di conto potrei dire che il settantenne è bello vispo. Il resto è vita.