«Ma senza regole che scuola è? La disciplina fa bene ai ragazzi»

da Milano

Federico Moccia, oltre ai lucchetti, possiede le chiavi di quel mondo misterioso chiamato adolescenza. Cosa succederà se il piano del ministro andrà in porto? C’è in ballo un replay del famigerato «voto di condotta». Come la prenderanno i ragazzi?

«Non credo che da parte loro sarà vissuto come un ritorno al passato, questo semmai riguarda la mia generazione e quelle precedenti. Piuttosto sia una novità, da affrontare con il gusto della sfida. Anzi, io la vedrei come una moda vintage: tipo i pantaloni a zampa degli anni Settanta, visto che piacciono tanto».

Quindi condivide la linea di rigore intrapresa dal ministro Gelmini?

«È opportuno responsabilizzare gli studenti quando è venuto il momento giusto, negli anni del liceo. La reintroduzione della condotta come voto vero, assieme ad altre misure, può rivelarsi uno strumento utile per stabilire i valori che sembrano compromessi, almeno a giudicare da certi episodi di cronaca».

Tutte cose che, a volte, si stenta a credere possano essere capitate in una classe.

«Semplicemente, la scuola deve rappresentare un luogo in cui si formano le personalità e i caratteri. Poi, ben vengano le regole se aiutano a crescere, a superare ostacoli via via più ingombranti. Penso all’altra grande “prova” che adesso non c’è più: il militare per noi maschi. Insomma, non è positivo se negli anni della maturazione ci si trova davanti sempre la strada spianata. Forse la società degli adulti è più semplice?».

Un altro amarcord, il grembiule?

«È troppo, mi sembra una risposta estrema a un problema che esiste ma può essere risolto con il buon senso e giudizio. Anche qui, i ragazzi devono capire tramite buoni esempi che la scuola è un posto serio, dove comportarsi in maniera equilibrata e vestirsi in maniera adeguata è importante quanto studiare. Certo, ai professori farebbe bene un po’ di flessibilità, però la vita extra-bassa la lascerei ad altre situazioni».

«Scusa ma ti chiamo bullo». Esiste in Italia anche un’emergenza simile?

«Il bullismo c’è sempre stato, tutti abbiamo avuto tra i banchi qualcuno che si divertiva a esagerare con gli scherzi. Di fatto, i mezzi di comunicazione del Duemila hanno favorito la diffusione allargata delle bravate, così ci vuole un attimo per vantarsi di un’impresa su Youtube. In realtà, a mancare oggi è un’altra cosa: il sacrosanto scappellotto dato dall’insegnante al furbetto che proprio non capisce che è arrivata l’ora di crescere. E magari il fatto che vi sia un voto valido a tutti gli effetti, e cioè che la condotta può essere decisiva ai fini della promozione, restituirà un po’ di potere perduto ai docenti».

E lei ha mai temuto di trovare una brutta sorpresa in fondo alla pagella?

«Ero obbligato a tenerne conto. Faceva parte della sfida di crescere».