«Senza regole è impossibile ogni dialogo» Il giornalista: «Dalla comunità islamica mi aspettavo rispetto e dal vescovo di Milano almeno una parola Se migliaia di cattolici avessero pregato davanti a una moschea, le reazioni ci sarebbero state. Eccome

Antonio Socci è uno dei più noti giornalisti cattolici del nostro Paese (ha appena pubblicato per Rizzoli Indagine su Gesù). Lo abbiamo intervistato sulle impressioni che gli ha suscitato la manifestazione filo-palestinese che, sabato, ha paralizzato il centro di Milano. Una manifestazione in cui si sono viste bandiere d´Israele date alle fiamme, stelle di Davide trasformate in svastiche e cori pro-Hamas. Un corteo di due ore che si è concluso in piazza Duomo, con trecento musulmani in ginocchio ad ascoltare la preghiera dell´imam.
Centinaia di musulmani che, sabato recitavano la salat in piazza Duomo a Milano... Che impressione le ha fatto?
«Innanzitutto al di là dell’atto in sé mi ha stupito il dopo. Mi sarei aspettato di avere delle motivazioni, delle risposte serie e mi sembra che non ce ne siano state. Mi aspettavo che una comunità integrata, come è quella islamico-milanese avesse un comportamento diverso: più rispettoso, più attento sia alle norme che regolano le manifestazioni sia alla sensibilità dei cristiani. Ho sentito che durante la preghiera islamica il Duomo è stato chiuso ed è rimasto impraticabile...».
E a proposito delle reazioni delle autorità laiche e religiose della città?
«Beh, mi sarei aspettato parlasse il vescovo, che è sempre così attento alla questione del dialogo. Sono rimasto stupito di fonte al silenzio... Non si può parlare sempre di dialogo e poi, in una situazione del genere, non dire niente. Mi ingenera forti dubbi anche la commistione di un gesto di questo tipo con una questione politica come quella di Gaza. Non vedo il nesso e, nel silenzio della comunità islamica, non è facile farsene una ragione... Vedo in questo non farsi capire un atteggiamento preoccupante».
La spiegazione data dall’imam del centro islamico di viale Jenner suona più o meno così: «Si sono trovati lì all’ora della preghiera e hanno pregato come se fossero in qualunque altro posto...».
«Questa però è una spiegazione che non spiega niente. Non ci si può limitare ingenuamente a mantenere la discussione su questo piano. Onestamente... Non si vede che senso abbia una risposta del genere. Bisogna chiedere uno sforzo maggiore da parte dei responsabili della comunità islamica. In Italia ci sono delle regole, non si possono fare manifestazioni spontanee... L’unico dato che mi sembra positivo è che non ci sono state grosse violenze...».
Bandiere in fiamme e stelle di Davide trasformate in svastiche sì...
«È vero, anche se in molte delle cose accadute a margine della manifestazione la religione c’entra poco e va tenuto conto che in piazza non c’erano solo islamici... È proprio per questo che il silenzio è intollerabile».
Molti cittadini di Milano a vedere piazza Duomo trasformata in «moschea» hanno avuto una sensazione di choc che va al di là dell’essersi visti guastare lo shopping dei saldi... Quella piazza è un simbolo...
«È comprensibile. Ma non bisogna estremizzare la situazione o generare falsi allarmismi. Serve una valutazione lucida che metta i puntini sulle “i”, fatta senza rabbia. Piazza Duomo è usata per un sacco di manifestazioni ma è chiaro che è una piazza con una cattedrale cattolica. Ecco, immagino che se qualcuno avesse portato qualche migliaio di cattolici a pregare di fronte ad una moschea, magari a quella di Roma, ci sarebbero state delle reazioni piuttosto seccate, comprensibilmente seccate. Io non andrei a pregare di fronte ad una moschea, mi sembrerebbe una provocazione fuori luogo».
È quello che ha detto anche don Manganini, l’arciprete del Duomo...
«Solo che l’arciprete non basta. Il vescovo dovrebbe intervenire in maniera forte. È giusto far in modo che i musulmani abbiano i loro luoghi di culto, è giusto il dialogo interculturale. Però poi bisogna prendere posizione quando, invece, accadono cose di questo tipo. L’errore di molti cattolici e di molti laici è quello di pensare ottimisticamente che le identità siano facilmente assimilabili. Ma la storia ci insegna che non è così. Dovrebbero fare una riflessione più seria. Ci sono circostanze che dovrebbero farci aprire gli occhi... Non ci si può appellare al dialogo e poi, quando serve, limitarsi a tacere».