Senza regole non può esserci giustizia

Caro Direttore,
la Costituzione italiana non può essere brandita o ignorata a seconda delle circostanze o delle convenienze. Di fronte a una sentenza così clamorosa come quella della sesta sezione penale della Cassazione, che ha dichiarato l’incompetenza territoriale di Milano sul caso Sme-Ariosto (da una cui costola è nato il processo Imi-Sir), non ci si può e non ci si deve limitare a parlare di “briciole” e di “cavilli”, non si può proprio sostenere che Previti sia stato salvato dalla Cassazione, come abbiamo letto in queste ore, oppure che in soccorso è intervenuta la ex Cirielli, che proprio non c’entra nulla. Previti, casomai, è stato salvato dalle norme, dalla Costituzione appunto, che era lì davanti ai nostri occhi anche dieci anni fa quando esplose il “caso Ariosto” e tutta l’Odissea giudiziaria che ne conseguì. È l’articolo 25 della nostra Carta fondamentale che stabilisce in tutta evidenza ciò che hanno sentenziato i supremi giudici: «Nessuno può essere distolto dal giudice naturale precostituito per legge». A Previti è successo. Ce lo dice la Cassazione ma, soprattutto, ce lo illustra in modo assai preciso colui che fino a un mese fa era il presidente della stessa Suprema Corte: la competenza di Perugia nel processo Sme-Ariosto era talmente evidente che i segnali inviati alla pervicace magistratura milanese erano stati precisi e anche forti. Ma niente, Pm e giudici meneghini sono andati avanti come se nulla fosse, liquidando la questione come una semplice bazzecola procedurale senza importanza. Peccato che la questione della competenza territoriale, invece, è talmente fondamentale da generare la nullità del processo. E infatti, la Cassazione ha cancellato tutto, ma proprio tutto: indagini, interrogatori, incidenti probatori, richiesta di rinvio a giudizio, udienza preliminare, dibattimento di primo e di secondo grado. Vi pare poco? Vi pare una “briciola” o un “cavillo”? Per questo la sentenza della Suprema Corte è clamorosa: perché finalmente, dopo dieci lunghi e sofferti anni, un collegio di giudici ha avuto il coraggio di dire le cose come stanno: Milano non aveva alcun diritto di indagare, processare e condannare. Fa specie che alcuni fra giuristi e magistrati, così pronti in passato a richiamare al rispetto delle regole, oggi accusino la Cassazione di essere stata come Ponzio Pilato. È vero il contrario: in passato, forse per la prepotente sovraesposizione della Procura e del tribunale di Milano, in molti si sono lavati le mani facendo finta che l’infinita serie di irregolarità (da più parti si è parlato addirittura di abusi) che hanno caratterizzato i processi Imi-Sir-Lodo Mondadori e Sme-Ariosto fossero roba da poco, questioni per azzeccagarbugli sollevate solo per intralciare il corso della giustizia. Ma la giustizia è credibile solo se inchieste e processi avvengono nel solco delle regole. È il motivo per cui oggi è vivo, per esempio, il dibattito sull’utilizzabilità delle intercettazioni telefoniche. Senza regole, lo ripetiamo, non c’è giustizia. E quando esse vengono violate, è compito della Cassazione riconoscerlo e riparare. Chi ha sbagliato dovrebbe avere maggiore sobrietà e rispetto, magari dovrebbe anche chiedere scusa. Perché se il processo Sme-Ariosto è nato da una costola di Imi-Sir, è legittimo pensare che il capitolo Imi-Sir sia stato chiuso dalla Cassazione fin troppo frettolosamente e senza il necessario coraggio, a proposito di Ponzio Pilato. Ma questa è un’altra storia, il cui vero finale forse deve ancora essere scritto…

Capo ufficio stampa

di Forza Italia
Roma