Senza speranza di cambiare

Oggi tutta Italia, e soprattutto Roma, sarà paralizzata dallo sciopero dei trasporti. Blocco di aerei, tram, autobus, treni. E a Roma ci si mettono pure i taxi, che protestano per l’assegnazione di 500 nuove licenze. I lettori abbiano pazienza e ascoltino bene per quali motivi i sindacati bloccano l’Italia: «per una politica dei trasporti, contro i tagli delle risorse destinate al settore, per il superamento delle crisi aziendali, per le regole, i contratti, le clausole sociali e la tutela del reddito». Chiaro, no? I piloti dell’Alitalia, c’è da intuire, scioperano perché la loro compagnia perde 2 milioni di euro al giorno. I ferrovieri perché la loro azienda ha accumulato debiti per 20 miliardi di euro. I trasporti locali non sono da meno, così come i traghetti di Tirrenia. E poi la fantastica trovata della «politica dei trasporti». Ma che vuole dire? Un’idea l’abbiamo: più risorse pubbliche per carrozzoni gestiti da politici locali che non sono neanche in grado di farsi pagare il biglietto.
Il primo aspetto di questa paralisi è dunque la risibilità delle richieste sindacali. Ma c’è un’altra questione che conviene affrontare. E il caso dei taxi romani ci aiuta. Il ministro Bersani (pur dimenticandosi di avere simile premura in settori ben più importanti della nostra economia) nelle sue prime liberalizzazioni ha provato a immettere un po’ di concorrenza anche in questo settore. Il sindaco di Roma, Walter Veltroni, annacquò, insieme ad una compiacente opposizione, anche i più timidi tentativi di liberalizzazione. I taxi, è bene dirlo, non sono il problema dell’Italia ed hanno anche alcune ragioni (basti pensare all’utilizzo delle corsie preferenziali per le macchine blu nella capitale). Ma rappresentano la spia di come una piccola corporazione possa condizionare la politica. Veltroni&Co hanno chinato mesi fa la testa per mantenere l’acqua calma.
Ora il vento è girato. Nicolas Sarkozy sta insegnando all’Europa che Parigi può sopportare nove giorni di blocco sull’altare di una grande riforma. Ma il punto è proprio questo: quale diavolo è la grande riforma per la quale oggi tutti i trasporti saranno paralizzati.
Non si può essere più sciocchi di così. Il governo apre un fronte doloroso per i cittadini, ma senza aver combinato un bel niente. Proprio su queste pagine abbiamo elogiato la linea dura dei francesi, ma nello stesso tempo abbiamo sottolineato che essa nasceva da un progetto di riforma complessivo dello Stato.
Non è il nostro caso. Oggi staremo a piedi, arriveremo tardi al lavoro, la nostra macchina economica girerà a scarto ridotto, ma per cosa? Per chi, per quale riforma? Il rischio è che si giochi a fare i duri, un po’ come è avvenuto sul decreto sulla sicurezza, ma che sotto al vestito non ci sia un bel niente.