«Senza Terzo valico, la città muore»

Ferruccio Repetti

«Dateci il Terzo valico! Altrimenti il porto muore, e quindi muore l’economia della città, della Liguria e dell’intero Nord Ovest del Paese»: il grido di dolore è diventato un urlo. In coro. A lanciarlo il più in alto e il più lontano possibile ci provano, ancora una volta, i vertici di Camera di commercio, Associazione industriali, Banca Carige, e delle associazioni di agricoltori, artigiani e commercianti, riuniti in una sorta di cartello virtuale pro-infrastrutture. Fa la voce grossa, in particolare, Paolo Odone, che guida l’ente camerale e la «lobby» - per ora solo ufficiosa, ordinata e coperta - degli operatori economici, decisi a mettere i politici e gli amministratori pubblici di fronte alla responsabilità di risolvere il problema. «Senza Terzo valico ferroviario, e senza bretella o gronda che dir si voglia - tuona a un certo punto Odone - non c’è scampo. Lo devono capire i rappresentanti delle istituzioni. Siamo arrivati al punto di non ritorno». Da poco distante arriva l’eco dei clacson dei tir, ammassati per il terzo giorno consecutivo ai varchi portuali, per la protesta dei trasportatori che ottiene l’effetto di bloccare il nodo autostradale di Genova-ovest e, immediatamente dopo, paralizzare la circolazione in città e l’accesso alle autostrade (solo in giornata la notizia di un’intesa fra Autorità portuale e camionisti fa sperare in una prospettiva migliore per i prossimi giorni). È anche questa, comunque, la dimostrazione che il porto non può movimentare un chilo di merce in più, senza provocare il collasso del traffico. «Non si può pensare di andare avanti in questo modo - ammonisce Marco Bisagno, numero uno degli industriali, egli stesso operatore portuale nel settore delle Riparazioni navali -. Dobbiamo stringere alle corde i rappresentanti delle istituzioni, approfittando del periodo preelettorale, per strappare impegni precisi. Vogliamo sapere chi vuole le infrastrutture e quindi lo sviluppo del Paese, e chi non le vuole e preferisce rassegnarsi al declino».
L’analisi è condivisa. Giovanni Alberto Berneschi, dal trono dorato di Banca Carige, la butta, com’è suo costume, sul crudo realismo: «Ai tempi del picca e pala, ci hanno messo tre anni a fare la camionale. Non venitemi a raccontare che ora ci vogliono cent’anni per fare un tratto di ferrovia! Qui, belandi, si discute ma non si fa niente. Sono d’accordo con Odone e gli altri - s’infervora Berneschi - per chiedere con forza a chi di dovere un disegno adeguato sulle infrastrutture. Che non sono un affare di destra o di sinistra, ma di tutti». Si associano, fra gli altri, Adriano Calvini (presidente della Consulta marittimo-portuale-logistica), Giuseppe Lamanna (artigiani), Germano Gadina (agricoltori), Furio Truzzi (consumatori), Antonello Sotgiu (sindacato). Ma se l’analisi, la diagnosi e la prognosi sono condivise a livello universale, sulla terapia le idee non sembrano ancora perfettamente a punto. Anche perché, di fronte all’ineffabile equilibrismo del professor Romano Prodi (che non dedica al Terzo Valico neanche una riga del programma elettorale dell’Unione) e alla conclamata opposizione alle grandi opere da parte di Rifondazione comunista, Verdi e no global (che garantiscono voti alla coalizione di sinistra in cambio del «no» secco alle infrastrutture), a qualcuno passa per la mente che il grido di dolore dalla Lanterna rischia di non arrivare alle orecchie di chi dovrebbe ascoltare. Lo stesso Prodi, tanto per dire. Il quale - come ricordano da queste parti -, ai tempi della presidenza della Commissione Ue si diede un gran da fare per lanciare e finanziare una «Quick start list» di opere infrastrutturali urgenti e di respiro europeo («progetti transfrontalieri di avviamento rapido: la tratta Genova-Milano-Novara, non essendo transfrontaliera, non poteva essere inserita in questa lista), ammise che il Terzo valico era fondamentale, poi - una volta destinati cento milioni di euro alla Tav e altrettanti al Brennero - della ferrovia oltreappennino si dimenticò del tutto, e tuttora se ne dimentica. In compenso, il presidente diessino della Regione Claudio Burlando, già ministro col professore premier, si fida: «Con Prodi siamo sulla stessa lunghezza d'onda. Mi fido di lui, della sua capacità di governance. La Liguria deve avere alle spalle le ferrovie, per poter gestire un traffico che arrivi a 6 milioni di container, fra 5 o 6 anni». Chi glielo spiega, adesso, che fra 5 o 6 anni su quei moli andranno a passeggiare solo i pensionati?