Senza vergogna

Pare che l’abbiamo fatta grossa. Per avere pubblicato - con Libero - un’istantanea che immortala la festosa gaiezza di Alfonso Pecoraro Scanio e di Vasco Errani, presenti entrambi ai funerali dei caduti di Nassirya, dovremmo essere messi alla gogna. Noi, non i due allegroni che hanno attinto arcani motivi di ilarità da un rito religioso improntato al dolore e dedicato a un avvenimento tragico. Saremmo - sempre noi, si intende - colpevoli di sciacallaggio. Avremmo compiuto un atto iniquo, e imbastito un’indegna speculazione su un fotogramma che - parola di Pecoraro Scanio - «è stato carpito alla fine della cerimonia, per mettere in dubbio il nostro dolore».
A volerlo dire schiettamente - e pur senza rispondere con analoghi insulti ai molti di cui siamo stati gratificati - dobbiamo precisare che l’accennato dubbio è così forte da assumere i connotati della certezza. La certezza, cioè, che di dolore ce ne fosse poco, o piuttosto niente. Nessuno pretende dai politici che accorrono ai funerali, per ottenervi un qualche brandello di popolarità, una compunzione ostentata e insistita. La reazione e adesione vera è soprattutto quella della gente comune che si tergeva gli occhi mentre passavano le bare dei nostri soldati morti in terra lontana. Ma un minimo di contegno, di serietà, di partecipazione formale se non di commozione sincera lo si deve esigere.
Non so per Errani. Ma Pecoraro Scanio, con i denti sguainati, la lingua fuori, gli occhi ammiccanti, la mano protesa in un gesto da bar, si è rivelato nella circostanza coerentemente uguale a se stesso. Lo ritengo un demagogo presuntuoso che perentoriamente scandisce, come fossero verità più durature del bronzo, le sue chiacchiere di ambientalista da comizio e di dirigista del nulla. Arrivato dov’è per sentieri della sorte che più misteriosi non potrebbero essere, definito leader, candidato a un ministero, questo giovanotto ha un’infinità di ragioni per essere di buonumore: almeno quante ne hanno tanti italiani - e non solo del centrodestra - per essere inquieti sapendolo avviato a più alti destini. Ma sfoghi in altri momenti altrove la sua contentezza: così contagiosa che Vasco Errani, presidente della Regione Emilia Romagna è stato indotto ad associarvisi.
Tuttavia rimane, ci si obietterà, la questione dell’immagine «carpita» - con manovra subdola, sembra di capire - da un fotografo che faceva semplicemente il suo lavoro. Violazione della privacy? Non credo che questa tesi possa essere sostenuta nemmeno dal portavoce diessino che ha ravvisato nella pubblicazione «qualcosa di terribile». Nessuna riservatezza nella presenza in chiesa dei due compagnoni che di solito si offrono beatamente alle telecamere e agli obbiettivi. Non volevano però essere colti in quell’attimo fuggente: e non struggente per il dolore, ma grondante giubilo.
A questo punto non riconosco più il centrosinistra, che esultava e scherniva se Berlusconi veniva consegnato alle prime pagine dei quotidiani nazionali e internazionali mentre faceva le corna o si concedeva qualche altra goliardica facezia. Allora l’obbiettivo era un ottimo strumento di ironia, di sarcasmo, di attacco politico, all’occorrenza di linciaggio mediatico. Ma se l’obbiettivo si ritorce contro Pecoraro Scanio cambia tutto, niente ironia, niente Striscia la notizia o Blob, niente Sabina Guzzanti, bisogna ignorare e tacere.
Chiedono troppo. Personalmente non sono del parere che all’infortunio di Pecoraro Scanio e di Errani debba essere data una valenza politica spropositata. Lasciamolo nell’ambito che a mio avviso gli compete: quello d’una testimonianza preziosa sulla sensibilità civica, morale, se vogliamo patriottica, di personaggi che con Prodi discutono per accaparrarsi poltrone. Se Prodi li vuole, se li tenga pure.