Senzatetto stroncato dal freddo: «Morto da giorni sotto un ponte»

SOLITUDINE Il corpo del giovane scoperto dai volontari «City Angels»: «Era cordiale e simpatico, siamo sconvolti dall’indifferenza della città»

«Un tipo cordiale e simpatico, ma che non avrebbe mai passato la notte in un dormitorio. Uno di quei senzatetto che noi definiamo un vero irriducibile: lo conoscevamo da almeno tre anni».
Mario Furlan, fondatore dei City Angels, descrive così il 35enne senegalese Abu, trovato morto giovedì, intorno alle 23.30, dai suoi volontari e da quelli dell’Unità mobile del Buon Samaritano, sotto il cavalcavia all’angolo tra viale Scarampo e viale Renato Serra, accanto a sei cartoni di vino. Nel portafoglio il giovane uomo senegalese aveva 170 euro, ma nessun documento. Le probabilità che sia morto per la temperatura troppo rigida sono molto alte, ma sarà l’autopsia - come sempre in questi casi - ad avere l’ultima parola. Il cadavere del senzatetto è stato trasportato, infatti, all’obitorio di piazzale Gorini.
«Jona, una nostra volontaria albanese, ha notato che era disteso per terra. L’ha chiamato e, in un primo tempo, ha pensato stesse dormendo. Poi ha abbassato la coperta nella quale era avvolto e dal volto ha compreso che era morto da un po’».
Con la volontaria dei City Angels, infatti, c’era anche un infermiere in pensione della Fondazione Fratelli di San Francesco d’Assisi, Nando Rossoni. E lui, che Abu lo conosceva bene, ha capito subito era deceduto da qualche giorno. «Possibile che nessun altro si sia accorto di nulla prima?» ha dichiarato ieri Rossoni, sconvolto «dall’indifferenza di questa città».
Abu era stato visto vivo l’ultima volta venerdì scorso. «Una volta la settimana, poiché sapevamo che restava a dormire lì, andavamo a controllare come stava, se aveva bisogno di qualcosa - prosegue il fondatore degli Angeli dal casco blu -. E Abu accettava di buon grado le coperte che gli offrivamo, anche se era già fornito di coperte e sacchi a pelo per conto suo. Qualche volta chiedeva da mangiare, gli venivano dati anche tre sacchetti di cibo anziché uno. So che saltuariamente svolgeva anche dei lavoretti in nero. Quello che capitava, solitamente occupazioni da uomo di fatica: era stato operaio in qualche cantiere, magazziniere al mercato ortofrutticolo, qualche volta sappiamo che chiedeva anche l’elemosina».
«I senzatetto, che a Milano sono almeno 400, si dividono in due categorie - conclude Furlan -. Gli irriducibili, di cui faceva parte Abu, che vogliono restare liberi e si rifiutano di frequentare i centri di accoglienza perché, dicono loro, vogliono restare liberi e hanno paura di essere rapinati o di ammalarsi nei dormitori. Poi c’è la categoria di clochard che si rifiuta di andare a dormire nei centri perché non ha i documenti in regola e teme le retate delle forze dell’ordine. Tuttavia non mi risulta che di retate nei dormitori né i carabinieri né la polizia ne hanno mai fatte».