Separare le carriere e punire chi sbaglia

È arrivato il momento di dar mano alla questione giustizia. Credo si possa affermarlo perché finalmente si è cominciato a mettere il Paese di fronte alla realtà di una giustizia deviata nella sua finalità da un gruppo egemone di magistrati che, sulla base di proposizioni teoriche di cui certe «Correnti» hanno fatto sfoggio già molti anni fa, persegue altro che l’applicazione della legge e l’accertamento dei fatti al di là di ogni ragionevole dubbio. Nella migliore delle ipotesi i «signori» di questa giustizia pretendono di realizzare la «promozione sociale», oppure le «lotte» (che non sono mai giustizia) contro questa o quella forma di vera o supposta criminalità.
Nel peggiore dei casi la deviazione è per cercar di colpire un governo, una maggioranza, una parte politica.
Berlusconi ha potuto finalmente cominciare a parlare chiaro: Basta con i tentativi (e non solo tentativi) di golpe giudiziario. Gli strilli di Veltroni, Di Pietro, Anm e Csm sono il segno più certo che si sta imboccando la strada giusta. Anzi, sono essi stessi un successo.
Ma ora bisogna passare ai fatti. Da dove cominciare? Si direbbe dalla separazione delle carriere. È quello di cui tutti parlano. E quando si allude ad alcuni Pm e alle loro più o meno stravaganti imprese, oggettivamente (e per lo più, intenzionalmente eversive) si deve pensare a quel «collega», il Gip (ma non solo), che gli lascia le briglie sul collo, accoglie le sue richieste etc. etc. Dunque, si dice, facciamo sì che chi oggi solo formalmente, e quindi falsamente, «valuta» le richieste di certi Pm, non sia più un «collega» del focoso richiedente provvedimenti a volte stravaganti e spesso incauti.
Ma attenzione. Ogni progetto di separazione delle carriere, per realizzare il fine di spezzare innaturali e colpevoli solidarietà potrà, nella migliore delle ipotesi, sortire un effetto concreto solo tra molti anni. Non è quindi una misura adatta e adeguata a fronteggiare una situazione di grave pericolo e di devastante collasso, quale quella attuale.
L’unico intervento capace di incidere, con una salutare rapidità è l’intervento disciplinare. Un Pm che formula un capo di imputazione che di per sé, cioè senza bisogno di verificarne la corrispondenza a prove e documenti, risulta essere o incomprensibile o palesemente erroneo dal punto di vista giuridico (ipotesi di reati che tali non sono etc.), deve essere immediatamente richiamato e poi punito e poi cacciato.
Certo, ci vuole un corpo di Ispettori che si sentano «colleghi» anche di questi pseudo-magistrati. Occorre, magari, finirla con l’attribuzione dei posti direttivi del ministero della Giustizia e quindi anche delle funzioni ispettive solo a magistrati fuori ruolo e, riformando la struttura del ministero, immettere nell’organico del ministero personale diverso, avvocati, consiglieri di Stato.
La condizione di pressoché totale irresponsabilità dei magistrati, frutto tra l’altro, della sciagurata «toccata e fuga» del referendum sulla responsabilità civile, tradito e sbeffeggiato dalla legge frutto della sapiente manovra di Luciano Violante, ma frutto anche di molte altre sciagurate evenienze, è il privilegio più odioso dei magistrati. Di quelli peggiori, mentre non giova affatto ai migliori, che talvolta hanno però il torto di far quadrato in sua difesa. Cancellare il privilegio, ma promuovere intanto, sia pure in base alle leggi e con i procedimenti attuali e quindi avanti alla Sezione disciplinare del Csm, ma con una grinta e una informazione per il pubblico diversa, procedimenti disciplinari esemplari (occasioni non ne mancherebbero). Gli effetti non tarderebbero. E, denunciando al Paese le complicità che magistrati inetti, somari e faziosi trovassero nei loro colleghi e «compagni di corrente» che vogliano assolverli, potrebbe giovare a una riforma completa della disciplina e della responsabilità dei giudici. Sarebbe un ottimo inizio.
Mauro Mellini