Sequestrano la villa del boss e lui chiede la casa popolare

Formia (Latina)L'ex sindaco di San Cipriano d'Aversa (Caserta), Ernesto Bardellino, fratello del boss della camorra Casalese, ucciso 20 anni fa in Brasile, chiede aiuto allo Stato, che gli ha confiscato una villa e beni per dodici milioni di euro. Bardellino, 60 anni, verso la metà del 1988, per scampare alla vendetta ordinata dall'allora boss emergente, Francesco Schiavone, detto «Sandokan», fuggì con moglie e figli, nel basso Lazio.
Don Ernesto, ora, dovrà lasciare la sua villa superlussuosa di Formia (Latina) e rinunciare ad altri beni. Nei giorni scorsi ha preso carta e penna e ha scritto una lettera aperta al Comune di Formia, nella quale si definisce, tra l'altro «povero e indigente», per chiedere un alloggio popolare e un lavoro. Un oltraggio a chi davvero vive nella miseria, le richieste di don Ernesto, giudicate da una «divisa» che circa un mese fa gli notificarono i provvedimenti di confisca, «una offesa alle migliaia di vittime della camorra bardelliniana negli anni Settanta e Ottanta».
In quegli anni, vi era un solo capo riconosciuto nel Casertano e nel cosiddetto «triangolo della morte», Casal di Principe - San Cipriano d'Aversa - Casapesenna: quell'uomo era, Antonio Bardellino. I suoi vice erano Mario Iovine (che poi si trasformò nel suo assassino) e Francesco Schiavone. Ernesto era il sindaco socialista di San Cipriano d'Aversa, poi, dopo qualche anno, fu arrestato e destituito dall'incarico. L'ex primo cittadino, era anche considerato l'intellettuale della famiglia: senza molta fatica, riuscì a conseguire il diploma di geometra in un istituto privato noto come il «diplomificio». Questa scuola privata, del Napoletano, ebbe tra i suoi banchi un'altra studentessa «modello»: donna Rosetta Cutolo, sorella di don Raffaele Cutolo, «’o professore», creatore della Nuova camorra organizzata. Scuola bipartisan, se si considera che verso la fine degli anni Settanta e agli inizi dell'Ottanta, i bardelliniani, costituitisi in un cartello denominato «Nuova famiglia», al quale aderirono anche i clan del Napoletano, scesero in guerra con lo strapotere della Nco cutoliana. E vinsero la guerra.
La fine di Bardellino (che aveva collegamenti con la mafia di Tommaso Buscetta) ha una data: maggio '88, quando, Mario Iovine, partì per il Brasile per incontrare il suo capo ma, anziché prendere ordini, lo uccise a colpi di pistola. Il cadavere del padrino non è mai stato ritrovato ma, da quel momento ci fu la grande fuga dei bardelliniani verso il basso Lazio. Ernesto, con moglie ed i 3 figli, riuscì a salvare la pelle e a continuare gli affari di famiglia. Il figlio, Angelo, nel 2005 fu arrestato per estorsione a una cooperativa nell'ambito dell'operazione Formia connection.
Adesso, come se niente fosse, don Ernesto chiede aiuto allo Stato. «Sono stanco di essere chiamato camorrista, sono fermamente contrario a ogni tipo di violenza». E, dimenticando le migliaia di ragazzi morti a causa della droga, le centinaia di vittime delle estorsioni e dell'usura, causati dal clan che portava il nome del fratello, si richiama ai «valori cristiani», rivendicando, senza arrossire, la sua dedizione verso «lo studio e il lavoro».