Sequestri dei manager "Proprio così iniziarono gli anni di piombo"

L’ex capo dello Stato Francesco Cossiga: &quot;Il terrorismo nacque grazie all’indulgenza dei sindacati di sinistra e del Pci nei confronti degli estremisti&quot;. <strong><a href="/a.pic1?ID=343758">Di Pietro cavalca la protesta</a></strong> per prendere i voti degli operai

Roma - Presidente emerito Francesco Cossiga, oggi si sequestrano i manager e si lasciano stare i «padroni». Qualcosa non va.
«I padroni sono inafferrabili, troppo impegnati a giocare a golf. S’immagina qualcuno che progetti il sequestro del figlio di Elkann?».

Peccato oggi ci sia Franceschini al Pd, Uòlter avrebbe saputo cosa dire.

«Certo: sequestrate i manager, ma anche gli operai».

Tra i dipietristi c’è chi giustifica i sequestratori.
«Ho l’impressione che il borghese Di Pietro, ex poliziotto, stia diventando operaista...».

In verità, un ritorno alle origini: ha fatto anche il muratore e l’operaio.

«Allora più che il nostro Pol Pot, sarà un Pot-op».

Lei aveva avvistato per primo l’Onda studentesca.

«Dissi di stare attenti, suscitando un’ondata polemica».

Ora il cosiddetto «bossnapping» rappresenta un salto di qualità. Un fatto nuovo.

«Nuovo mica tanto. Cominciò così...».

Cominciò così cosa?

«Cominciò così il terrorismo: con la poca resistenza dei sindacati di sinistra ai primi atti di violenza nelle fabbriche».

L’ex ministro Damiano, ex Cgil, sostiene di non ricordare episodi di violenza di questo genere...

«Non vuol ricordare, forse perché gli ex comunisti non possono ammettere di non riuscire ad assorbire quelle aree di protesta violenta».

Una storia che sembra già sentita.
«Un nome per tutti: l’ingegner Giuseppe Taliercio (nel tondo accanto), dirigente della Montedison, sequestrato, torturato e ucciso dalle Br dopo 46 giorni di prigionia...».

Era il 1981, ma anche prima obiettivi iniziali delle Br erano stati persino i capireparto.
«Appunto. E anche allora il sindacato fu indulgente. Erano “compagni che sbagliano” pure per il Pci, che tentava di farli rientrare nei loro ranghi. Ricordo che il figlio di un senatore fu inviato a cercare contatti con Moretti e gli altri, per convincerli a entrare nella legalità. Furono i fatti di Bologna e soprattutto la contestazione a Luciano Lama, a convincere il Pci che bisognava essere intransigenti».

Il Pci capì di essere nel mirino.

«Per le Br vigeva il mito della Resistenza tradita da parte del Pci che, invece della rivoluzione, faceva il compromesso storico con la Dc».

Il rapporto tra Pci e Dc ha segnato la storia di questa Repubblica.

«Molti dc non dimenticavano di aver fatto la Resistenza e poi la Costituente, assieme ai comunisti».

In quegli anni anche l’egemonia culturale del Pci era indiscutibile, permeava settori democristiani.

«La Dc a volte peccava d’ingenuità, a volte era persino intimidita. Ricordo quando Mario Scelba, fervente repubblicano, tentò di proporre la Guardia nazionale in una direzione della Dc...».

Come fu accolto?

«Non gliela fecero mettere neppure nell’ordine del giorno».

Oggi lei torna a lamentare eccessi di indulgenza...

«Persino da parte della Fiat... Una certa tolleranza la capisco, perché sono atti motivati dall’ondata di licenziamenti, quindi più da ragioni pratiche che ideologiche. Però attenti lo stesso: l’ideologia, se non ce l’hanno, presto o tardi se la danno».

Rinasce un nuovo terrorismo?

«Dico che non bisogna mai abbassare la guardia. Il nostro terrorismo nacque da tre fattori: il ’68, l’autunno caldo e il compromesso storico».

Il movimento del Sessantotto non fu soltanto violenza.

«Diciamo che in Francia il generale De Gaulle con una grande retata in soli tre giorni fece fuori tutti i capetti pericolosi. Tant’e vero che i giovani superstiti di allora, oggi sono tutti intellettuali verdi... In Italia l’episodio clou fu a Valle Giulia, dove poliziotti e carabinieri le presero, suscitando il celebre articolo di Pasolini che trattò i rivoltosi da ragazzi viziati quali erano, e si dichiarò piuttosto dalla parte di celerini e militi, figli di contadini e operai...».

Faceva lotta di classe sul serio.

«Pasolini aveva capito tutto, ma fu accolto freddamente dal Pci dell’epoca. Non dimentichi che fino allo scoppio del terrorismo la parola d’ordine era quella di disarmare la polizia: ricordo quando ero segretario del Comitato interno dell’ordine e della sicurezza, istituito da Moro, e in una riunione Francesco De Martino battè i pugni sul tavolo reclamando il disarmo... unilaterale».

L’esempio De Gaulle conferma che sia meglio prevenire che curare.

«Non vorrei che certi fenomeni venissero presi sottogamba. L’arrendevolezza di cui dicevamo fece sì che in Italia il Sessantotto non si realizzasse solo come fatto culturale: sfociò nell’autunno caldo del ’69, nel quale furono coniati slogan divenuti classici br, tipo: colpirne uno per educarne cento».

Fu allora che nacque anche il Kossiga con la «cappa» e le «ss».

«Mi hanno detto che i nuovi brigatisti non mi dimenticano: perché non mandate in galera gli stragisti Cossiga e Andreotti?, hanno risposto durante un interrogatorio».

Cossiga nemico numero uno delle Br, le avrà fatto piacere.

«Mi ha fatto sentir giovane».

Dopo il ’69, nelle fabbriche s’andò diffondendo a macchia d’olio il credo della lotta armata.

«La situazione era tale che nel ’76, da ministro dell’Interno, feci fare l’accordo tra Agnelli, presidente Confindustria, e Lama, segretario Cgil, affinché fossero previste delle squadre di vigilanza nelle fabbriche, composte da giovani della Fgci con la supervisione di Ugo Pecchioli. Montanelli mi criticò duramente: le definì le “guardie rosse”».

Il ricorso ai giovani del Pci per mantenere l’ordine avrà provocato l’orticaria, al vecchio Indro.

«Lo capisco. Ma pensi oggi un servizio di vigilanza organizzato dal Pd... Pensi che in un primo maggio a piazza San Giovanni, dove avevamo infiltrato poliziotti e carabinieri, il servizio d’ordine della Cgil prima picchiava a dovere i facinorosi, e poi li consegnava alla polizia».

Ciò non impediva il copioso proselitismo delle Br.
«No. Le rammento anche un celebre articolo, intitolato: “Ritratto di famiglia” scritto da quella brava signora dai capelli bianchi che vive a Parigi...».

... Rossana Rossanda?

«Lei, da cui una volta fui invitato a pranzo. Una gran signora, ci servirono camerieri in guanti bianchi».