Sequestro fallito: la donna subito massacrata

Dina Dore, 37 anni, è stata colpita alla testa ed è morta sul colpo. Nella colluttazione ha tentato di difendersi ma i malviventi non hanno avuto pietà.
Gli inquirenti: "Era legata come una mummia"

Nuoro - L’hanno cercata per sei ore in mezza Sardegna, era invece in un lago di sangue: uccisa e chiusa nel cofano della sua utilitaria.
Un tentativo di sequestro finito in un’assurda tragedia: Dina Dore, 38 anni, che fino a mercoledì notte si pensava nelle mani dell’Anonima sequestri sarda, è stata invece trovata morta, legata e imbavagliata «come una mummia» (diranno poi i poliziotti) nel bagagliaio della Punto rossa, dentro il garage dell’abitazione di Gavoi, paese montano a 40 chilometri da Nuoro e oasi felice nella Barbagia del malessere.
Una banda non di professionisti, dicono in molti, avrebbe cercato di rapire la donna al suo ritorno a casa, che si è ribellata al pensiero di finire nelle mani dei malviventi e inorridita dall’idea che con lei ci potesse essere anche la figlia di appena otto mesi.
Ma è stato davvero un tentativo di sequestro o una rapina sfociata nel sangue? E poi: Dina Dore è morta soffocata a causa del nastro adesivo con cui è stata avvolta interamente o la ferita in testa procurata da uno dei banditi le è stata fatale? Tutti interrogativi ai quali gli inquirenti dovranno dare una risposta, tenendo presente che a Gavoi di episodi simili a memoria d’uomo non se ne ricordano e che la comunità, per bocca del suo sindaco, ha promesso la massima collaborazione per risolvere il giallo.
Poi c’è il marito della vittima, Francesco Rocca, dentista e dirigente locale di Alleanza nazionale, che per primo ha lanciato l’allarme al 113, disperato perché non trovava la moglie e con la bimba che piangeva ininterrottamente nel garage.
Secondo le prime ricostruzioni, inizia tutto verso le 18 di mercoledì, nel pieno centro di Gavoi, quando Dina Dore saluta l’anziana madre e si dirige in macchina verso casa. Con lei, nel seggiolino della Punto, c’è anche sua figlia, di appena otto mesi. Poche centinaia di metri e Dina arriva di fronte al garage. La porta automatica si apre e l’utilitaria entra. È a questo punto che la banda sarebbe intervenuta. Due o più persone sorprendono la donna, le intimano di salire nella loro auto ma lei si rifiuta. La situazione precipita: i malviventi si agitano e temono che i vicini di casa possano sentire le urla. Allora trascinano Dina verso l’interno dell’abitazione, ma nell’andito lei si ribella di nuovo, forse perché riconosce uno degli aggressori. Un bandito la colpisce violentemente forse con il calcio della pistola, lei cade a terra stordita e perde molto sangue. A quel punto quello che doveva essere un possibile ostaggio (e con lei forse anche la figlioletta) si trasforma in qualcosa di troppo impegnativo. I sequestratori cambiano strategia, hanno paura di essere scoperti e allora decidono di lasciare la Dore, non prima di averla legata e imbavagliata con il nastro per pacchi. Poi la rinchiudono nel cofano e fuggono.
Sono le 19 circa. Passano altre due ore, due ore e mezzo prima che il marito, di ritorno dallo studio dentistico di Nuoro, possa dare l’allarme. Non appena arriva a casa, nota subito il garage aperto, disordine dappertutto e la bambina ancora nel seggiolino che piange. Vede gli occhiali della moglie in terra e capisce che è accaduto qualcosa di grave. Chiama il 113. Pochi minuti dopo la zona è già chiusa e scatta il piano anti–sequestri: in tutta la Barbagia posti di blocco sorvegliano gli ingressi dei paesi, mentre la scena del crimine rimane «sterile» fino all’arrivo del magistrato della Direzione distrettuale antimafia, competente nell’Isola sui sequestri di persona. È solo intorno alle 3 del mattino che cominciano i rilievi nella casa e nell’auto della Dore. Ed è proprio qui che viene scoperto il cadavere della poveretta.