Un sequestro indecente

A che fine sta andando incontro padre Giancarlo Bossi, sequestrato nelle Filippine da un gruppo di fanatici islamici? Perché nessuno ne parla, nessuno si mobilita?
Ieri, nell’articolo di fondo del Corriere della Sera Pierluigi Battista si interrogava con sincero stupore e rammarico sul silenzio intorno al dramma di padre Bossi, al confronto di analoghi drammi, come furono i sequestri di Sgrena, Mastrogiacomo, delle due Simone. E lanciava un appello, come per primo e in modo solitario ha fatto Il Giornale, in favore di padre Bossi, a cui mi associo di cuore, senza tuttavia associarmi al suo stupore che svanirebbe riflettendo con libertà sulla cultura del nostro Paese.
Intanto, non c’è parrocchia in Italia che non esponga una foto di padre Bossi e non raccolga testimonianze di solidarietà, minuziosamente ricordate dal quotidiano Avvenire. Ma questo non fa cultura, non quella cultura che diventa testimonianza politica di un sentimento civile. È una vecchia storia che accompagna l’Italia da tanto tempo, e purtroppo non c’è da stupirsi, anche se sinceramente. Si guardino i libri di testo delle scuole con le loro omissioni e deformazioni che hanno costruito tragedie e hanno svilito o ridicolizzato altre tragedie per indottrinare i giovani, per paura di farli ragionare con la propria testa. Naturalmente mi sto riferendo alla guerra civile in Italia dopo il ’43. Ma si consideri anche un libro di testo apparentemente inoffensivo come quello di Storia dell’arte di Carlo Giulio Argan: solo una paginetta sofferta per parlare del Futurismo; ma, se potesse, il comunista (dal dopoguerra) Argan neppure lo ricorderebbe perché infiltrato di pericoloso fascismo.
Senza andare così lontano nel tempo, si guardi lo stesso Corriere della Sera di ieri che, se in prima pagina si stupiva del silenzio su padre Bossi, confinava a pagina 10 due colonnine in basso, sotto una gigantesca fotografia di Veltroni, la visita di Fassino al gulag sovietico di Levashovo.
La storia ritrova in Auschwitz il luogo simbolo di una brutalità dell’uomo da non dimenticare mai, ma la cultura italiana è reticente, ambigua, ipocrita di fronte ai massacri del comunismo. Fassino a Levashovo ha dichiarato solennemente: «Siamo qui per rendere onore a donne e uomini vittime della brutalità del comunismo, vittime di una morte e di sofferenze troppo a lungo nascoste e negate». Ma la sua sensibilità culturale non esita un istante di fronte al caso, unico in tutto l’Occidente democratico, di due Partiti comunisti suoi alleati al governo, che mai sottoscriverebbero le sue parole sui martiri dei gulag comunisti.
E si consideri adesso Veltroni, che questa stessa cultura reticente, ambigua, ipocrita presenta come l’uomo nuovo e vincente della sinistra italiana. Lui, in realtà, è l’ex giovanotto comunista protetto da Berlinguer e poi da Occhetto, e quanto a vittorie, ha sbidonato L’Unità quando ne era direttore, e ha fatto colare a picco i Ds, quando era segretario del partito.
Questa nostra cultura profondamente illiberale, trasformista, incapace di tagliare i ponti con il passato, terrorizzata dall’ammettere gli errori, costruisce la propria storia violentando la verità e illudendo i giovani. Fiaccolate, gigantografie che pendono dal Campidoglio con l’immagine della Sgrena o di Mastrogiacomo perché loro sì sono simboli di una storia che la nostra cultura deve ricordare e denunciare, perché sono vittime non dei tagliagola musulmani, ma dei barbari occidentali andati a fare la guerra all’Irak e all’Afghanistan, che i due giornalisti coraggiosamente testimoniavano.
Il povero padre Giancarlo Bossi è fuori da questo indecente circuito culturale, che infatti non si interessa minimamente di lui. Per questa cultura illiberale, trasformista, sottilmente fanatica lui non esiste, come, per questa cultura, non sono esistite le foibe, il Futurismo, i gulag.
Stefano Zecchi