Una sera da cieco. Vi racconto il gusto d’una cena al buio

Come guida al tavolo una persona priva di vista. Angoscia, panico e l’esaltazione degli altri sensi

Milano - Appuntamento alle diciannove. Siamo una quarantina di persone. Tra le proposte dell'Istituto ciechi, che da tempo invita il pubblico a esplorare il proprio pianeta senza sole, abbiamo scelto la sfida estrema: la cena. Dici niente, mangiare al buio. E quando dico buio, dobbiamo capirci subito bene: non intendo luci soffuse o lumi di candela. Dico buio e intendo il nero totale. Assoluto, senza sfumature e senza barlumi. E senza neppure la facilitazione che ci viene da un ambiente conosciuto, come i corridoi di casa nostra, nel cuore della notte, quando salta la luce e cerchiamo una candela, toccando muri e maniglie, riuscendo comunque a dare potenti craniate alle mensole o a fratturare mignoli contro gli stipiti delle porte. Questo di stasera è tutta un'altra cosa: per noi vedenti, è il buio che introduce direttamente nel nulla.

Ultimo atrio illuminato: veniamo divisi in quattro gruppi da dieci. Impossibile memorizzare le facce dei compagni di avventura. Non c'è il tempo. Dopo un brevissimo saluto, un operatore ci fornisce il classico bastone e ci affida al nostro angelo custode, al di là di una tenda nera, dove comincia l'ignoto. Lei si chiama Maria. Rapida presentazione: è di Trebisacce, Ionio calabrese, ma sta a Milano da anni. È centralinista Asl. Di sera, viene qui a fare volontariato: assiste noi, handicappati alla rovescia. Cenni della sua storia personale: è diventata cieca a trent'anni. Sa bene, dunque, che cosa siano l'azzurro del mare, il verde dei prati, la luce del sole. Rispetto a tanti suoi amici ciechi dalla nascita, può almeno immaginare e rimpiangere. E comunque, confessa, non è questo il male peggiore: «Avevo il fidanzato: quando ho perso la vista, è sparito. Lui mi ha rovinato, non la cecità...».

Pronti e via. Siamo all'inizio del percorso che ci porterà al ristorante. Direi che è proprio questo l'attimo più choccante. Nel momento in cui sparisce la luce, dentro un ambiente che non conosco, avverto due sensazioni chiarissime: angoscia, panico. Si fa strada la tentazione di urlare aiuto. Per fortuna Maria lo sa, e trova subito le parole giuste per portare un po' di calma. Ride, scherza, prende in giro. «Forza, mettetevi in fila per due. Datevi la manina. Così non vi perdete...».
A me tocca la mano di Rossella, consulente informatica, palermitana. Non c'è molto tempo per presentazioni e convenevoli: bisogna sopravvivere. Maria dà ordini: di qui, di là, destra, sinistra. Dice niente. I concetti «qui», «là», eccetera, in questa dimensione non esistono più. Qui dove? Dicci tu dove, amica Maria, nostra luce e nostra speranza. Lei, misericordiosa come una madonna, non fa mancare il conforto. «Tranquillo... Piano... Così...». Ogni tanto, la sua mano arriva da chissà dove e mi trascina nella direzione giusta, evitandomi di continuare a sbattere contro una cosa che sembra una ringhiera. Pagherei qualunque cifra per un cane lupo.

Il percorso è studiato. Ci fanno capire con gli altri sensi che siamo al mare: l'udito avverte il canto dei gabbiani, il tatto dei piedi sente il ponte traballante di una barca. Si potrebbe proseguire per un'ora, come fanno tante scolaresche, ma a noi viene risparmiato l'intero giro: i cuochi ci aspettano.

Improvvisamente, mi sento come un bimbo infilato dalla mamma nel seggiolone. Con lo stesso garbo, con la stessa decisione, Maria mi infila praticamente di peso su una panchetta: «Siediti, sei arrivato. Rilassati...». Ancora siamo caldamente invitati ad utilizzare i sensi che restano. Io sono raffreddato: ho scelto la sera giusta per giocarmi l'olfatto. Tocco. Tocco tutto. Davanti a me trovo il tovagliolo. Però, la soddisfazione di trovare un tovagliolo: mai provato niente di simile. A seguire, scoperte memorabili. La forchetta, ecco la forchetta. E il coltello. E i due bicchieri, proprio davanti.

Con l'udito, tra domande e risposte, riusciamo a ricostruire che siamo in sei. C'è la mia compagna di viaggio, Rossella. È di lato. Di fronte ho Silvia, maestra elementare. Più in là, più remoto, come in un abisso, l'avvocato Luca. Mentre ci assestiamo, parte la musica di un piano. E un canto dolcissimo di donna. Maria ci presenta Irina. È polacca. Sin da bambina sognava di venire in Italia per studiare musica. Nonostante la cecità, ha raggiunto l'obiettivo. È bravissima.
Improvviso vociare. Quelli che hanno l'olfatto buono avvertono cibo in avvicinamento. Maria conferma ridendo: «Bravi, cominciamo con gli antipasti». Dal buio, nel buio, sbucano i piatti. Maria, sadica, mi chiede di passarne alcuni ai commensali. Passare cosa, passare dove, passare a chi? Ci aiutiamo con le voci, come traghetti all'entrata del porto: avanti, un po' a sinistra, più in basso, ecco, senti la mia mano, sì, ecco, prendi il piatto, lo senti il piatto?

Immani fatiche. Ma alla fine siamo serviti. Si può mangiare. Già, mangiare. È il momento clou. Maria ridacchia: «Il menu non lo diciamo. Provate a riconoscere...». Comincio con coltello e forchetta. Gli altri pure. È subito una specie di «Giochi senza frontiere», però senza Guido Pancaldi e Gennaro Olivieri. Al quarto o quinto tentativo riesco a inforcare qualcosa. Addento: è pesce. Polipo. Sì, è polipo. Poi sento qualcosa che rotola. Mi dico: non saranno così carogne da averci messo le olive. Riprovo: se non sono palline da ping-pong, sono proprio olive. Ma sì: olive ascolane. È a questo punto che il bon ton va al diavolo. Si gioca pesantemente con le mani. Grazie, Dio, per avermi dato le mani. Soltanto così, noi ciechi di una sera, riusciamo a mangiare qualcosa. Buona, l'oliva ascolana. Per l'insalata di mare, è un delirio. Con le mani non è umanamente possibile. Si improvvisano le tecniche più ardite. Io provo con il coltello a spingere qualcosa sulla forchetta. Quando avverto un peso, lo porto alla bocca. Statisticamente, su dieci forchettate, solo due conducono un pescetto a destinazione. Le altre, tutte a vuoto. Umiliante. Avvilente. Da piangere. In fondo al tavolo lanciano una proposta innovativa: «Col pane. Io carico col pane...». Chiara la sensazione di aver inventato qualcosa di epocale.

Sarebbe bello anche bere. Su, prova a bere nel buio. Prima bisogna ritrovare il bicchiere. Poi trovare la bottiglia. E chi la trova, una bottiglia. Grazie, Maria, che me la porti alla mano. Svito il tappo. Tocco l'orlo della bottiglia e metto l'altra mano a cerchio sulla sommità del bicchiere. Fatto. Ora, il difficile: devo centrare il cerchio con l'acqua. Verso lentamente. Bagnaticcio. Sta entrando. Sì, ma quanta? Rossella lancia il suo metodo: «Infila il dito nel bicchiere, all'ingiù». Funziona. A occhio e croce (averlo, un occhio, stasera), arrivo quasi all'orlo. Wow, sono grande. Posso bere. Mai gustato così un bicchiere d'acqua. Buona, l'acqua. Sublime, l'acqua.

Arriva il primo. Solito giro di piatti. Dove sei, sono qui, ecco, alza, no, più in qui, senti la mano, giù, bravo, a posto, ce l'hai, guarda che lascio... «Penne al ragù», azzarda subito l'avvocato. Io temporeggio. Prima devo infilzarne una. Dopo svariati tentativi, qualcosa resta sulla forchetta. Addento. Non è penna. È una pasta arrotolata. Alla salsiccia. Giusto, Maria? «Bravo: garganelli alla salsiccia». Il problema è vuotare il piatto. Risuona nell'aria un parossistico tintinnio di forchette su stoviglie, come in una fabbrica di fanatici battitori. Ogni tanto, un garganello cade nell'agguato. Qualche volta, anche tre assieme. Si porta tutto alla bocca: fossero pure dieci, mai sprecare un buon colpo.

Poi il secondo. Si riparte. Maria che vuole essere aiutata nel servizio - mannaggia a lei che non ha pietà del mio handicap -, noi che azzardiamo la soluzione del giallo. «Funghi, chiaramente». «Su scaloppine». «Ci sono pure le patate». Almeno quelle, con le mani. La perfezione.

Crostata, caffè, ammazzacaffè. Prima, però, il fattaccio: Rossella, che gesticola anche al buio, travolge un qualcosa di rigido sul tavolo. Tonfo sonoro. Quindi Silvia sente un grande aroma di vino e un gran bagnato sul vestito. Succedesse in un ristorante qualsiasi, finirebbe a maleparole. Qui, Silvia è molto comprensiva: «Tanto, non si vede». Rossella, da parte sua, è contrita: «Scusa, non l'ho fatto apposta». Tutti le credono: volerlo fare apposta, in questa realtà, è umanamente difficile. Trovala tu, sul tavolo, una bottiglia da urtare.
Credo, presumo, ritengo che si stia facendo tardi. Chiedo: scusa, Maria, ma per l'ora? «Sono le undici e mezzo», risponde in un secondo. E chi te lo dice? «Il mio orologio. Alzo il vetro, tocco le lancette, sento i trattini... Undici e mezzo».

È il momento di tornare al mondo. La imploro: mi porti fuori? Saluto gli altri. Saluto questi esseri indefiniti. Ho trascorso l'intera serata senza vederli in volto, però imparando la loro storia, le loro speranze, le loro opinioni. Mi torna alla mente lo slogan che ho letto fuori: «Non occorre guardare, per vedere lontano».

Maria mi conduce. Ecco la prima penombra. Quindi, benedetta, la luce al neon. Lei torna cieca, io torno vedente. Ci salutiamo con un bacio sulla guancia. Grazie, Maria. «Grazie a te. Quando vuoi, siamo qui».
Mi ributto nella Milano notturna. I suoi lampioni, i suoi semafori, le sue insegne: tutto è bello come il sole. Non ho commenti da aggiungere. O forse sì, soltanto uno: per quelli che ogni tanto parlano di tagliare i fondi ai disabili. Prima, provino una serata come questa.