Serafino

Felice, si chiamava, figlio di Girolamo da Rapagnano. Nacque nel 1540 a Montegranaro (Ascoli Piceno) e, causa povertà, restò analfabeta. Si impiegò come pastore e, morto il padre, fece da manovale al fratello muratore a Loro Piceno. Mentre lavorava sentiva la figlia del padrone leggere ad alta voce libri devoti. Gli venne voglia di farsi frate, e fu la ragazza a indirizzarlo verso i cappuccini di Tolentino. Col nome di Serafino fu mandato a fare il novizio a Jesi, dopochè girò quasi tutti i conventi delle Marche. Il fatto è che era davvero buono a nulla e non riusciva a portare a termine neanche gli incarichi più semplici. Così, dopo rimproveri e punizioni, cercavano di toglierselo dai piedi appioppandolo a qualcun altro. Ma fra Serafino era un degnissimo esponente della vera umiltà francescana e, sia da portinaio che da questuante, riusciva a far sentire il «bonus odor Christi» a tutti (tranne, evidentemente, ai confratelli e ai superiori). La sua semplicissima parola e talvolta anche la sua sola presenza erano in grado di smontare situazioni pericolose, comporre inimicizie inveterate, ammansire belve umane, placare liti furibonde. Nel 1590 parve trovare finalmente la sua sistemazione definitiva nel convento di Ascoli, e la città fece presto a restare ammaliata dal quel fraticello che conosceva solo il dialetto. Tanto che, quando nel 1602 si sparse la voce di un suo trasferimento, la popolazione insorse e ottenne di farlo restare. Morì due anni dopo e il funerale fu una gara tra quelli che cercavano di tagliuzzargli il saio. Per forza: era il maggior taumaturgo del tempo.