Serata goliardica allo Smeraldo con Brivio

Si parte dai «Carmina blasphema» del 1100 per continuare con un karaoke di umorismo osceno

Sergio Rame

Ballate dissacratorie, cantiche irriverenti, satire scurrili che attraversano l'Italia di ogni epoca e tradizione. Un'intellettualizzazione della goliardia nostrana messa in teatro per far conoscere un intrigante amore per la libertà di parola e pensiero, profondamente condito con l'allegria dei tempi moderni. Scritto a quattro mani con Gustavo Palazzo, il multiforme Roberto Brivio porterà, questa sera, sul palcoscenico del Teatro Smeraldo I canti goliardici.
Dopo il debutto dello scorso 20 febbraio al MazdaPalace di Milano, prende ora il via la tournée nazionale di uno spettacolo che affonda le sue radici in tempi non proprio recenti, ossia nella vita universitaria dell'Alto Medioevo.
«La goliardia - spiega l'attore - è cultura e intelligenza, amore per la libertà e coscienza della propria responsabilità di fronte alla scuola d'oggi e alla professione di domani».
Insomma, un culto dello spirito che genera un particolare modo di intendere la vita alla luce di un'assoluta libertà di critica, senza pregiudizi.
Con lo spettacolo Di canti di gioia ovvero i canti goliardici Roberto Brivio ha voluto riproporre ai giovani universitari d'oggi una selezione delle espressioni più antiche - ma che restano ancora incredibilmente attuali - della tradizione goliardica più arguta nella sua sia pur inevitabile scurrilità. Una scurrilità che non è fine a se stessa, ma che si fa portatrice di verità indicibili se non attraverso la satira e il sorriso.
«La chiave ludica viene così smascherata in modo da eliminare ogni sospetto di torbido compiacimento - continua Brivio - mentre i riferimenti sessuali, portati con sfrenata ed evidente esagerazione all'iperbole, perdono ogni traccia di volgarità per divenire solo l'occasione di una schietta risata». Il canto goliardico arriva, così, a svolgere una funzione liberatoria dai tabù (in primis quello del sesso) proprio esasperandoli alla luce di un'assoluta libertà di critica senza pregiudizi. Non solo.
«Abbiamo ideato uno spettacolo in cui si ride e si canta tutti insieme come in un inedito karaoke corale nel quale goliardi di oggi e di ieri diventano protagonisti in prima persona seguendo i testi dei cori che vengono proiettati su un maxischermo sul fondo della scena».
La serata punterà sull'elemento culturale dei carmina blasphema, così chiamati fin dai tempi del teologo del 1100 Abelardo, dal cui nome discende il termine «goliardo». Definiti maledetti perché scurrili, questi canti che hanno accompagnato per anni gli universitari nei loro momenti di svago e di divertissement, risalgono al Quattrocento quando un docente di lettere latine, Antonio Urceo detto il Codro, compose il primo canto.
Mantello e feluca erano gli elementi che contraddistinguevano il goliarda che, cantando di sesso ed esasperando la tematica fino agli eccessi, si allontanava dalla volgarità. Umorismo osceno è l'elemento primario dello spettacolo che Brivio e la sua compagnia portano a teatro rispettando la chiave ludica originaria degli argomenti sessuali e rendendo, soprattutto, omaggio a una tradizione che, dopo i moti del Sessantotto, sembrava essere cancellata.
Un'occasione imperdibile per riproporre e conoscere lo stile di divertimento degli studenti di allora, riscoprendone l'elemento culturale.