LA SERATA DEL VILLAGGIO L’ex comico si racconta

L’attore porta sul palco del Filodrammatici tre monologhi personali e introspettivi

Un maestro che, dopo un percorso trionfale attraverso il mondo della televisione e del cinema, sente l'urgenza di rilanciarsi sulle scene svestendo i panni del comico che per anni ha indossato con orgoglio. È con Serata d'addio che Paolo Villaggio, sulla scena del Teatro Filodrammatici, rende omaggio all'arte e alla sua dote di trasmettere emozioni velate di ironia, presentando tre monologhi che raccontano l'uomo. Qualcuno potrebbe confondersi e pensare che l'attore genovese abbia tratto ispirazione da grandi autori; in realtà, come afferma lui stesso: «Non si tratta di un esercizio di autore. Premesso che non amo gli spettacoli lunghi, con questi tre pezzi di una ventina di minuti ciascuno, faccio riferimento solo a me e al mio pensiero. Sia chiaro, nulla di autobiografico, i protagonisti dei tre monologhi sono solo mie invenzioni attraverso le quali racconto delle storie abbastanza comuni».
Il protagonista de Il fumo uccide, è un tossicodipendente che vuole dimostrare che dipendenti si nasce; alcol, droga, tabacco: anche se si riesce ad uscire dal tunnel, basta veramente poco per ricascarci. L'importante è evitare le occasioni. Con Una vita all'asta, Villaggio porta in scena l'introspezione di un uomo che ricorda i momenti più salienti della sua vita teatrale, tirando delle somme non poi così piacevoli. Su una scena vuota, la voce di Paolo Villaggio, seduto su una sedia, rompe il silenzio anche con il terzo atto L'ultima fidanzata; come in una confessione, un uomo che scopre di avere un tumore, si ritrova in una condizione di trans che gli consente di dimenticare la paura della morte a favore di una curiosità nei confronti dell'evento tanto drammatico, ma atteso con serenità.
«Per me - prosegue Villaggio - è stata una scommessa perché non è semplice stare soli sulla scena, ma sono sfide che abbraccio perché dopo anni di confinamento nella zona dei comici, un limbo che in Italia non è mai stato così stimato, esco e mi faccio apprezzare, anche con riconoscimenti che non devono necessariamente arrivare post mortem. Per un certo periodo mi sono rassegnato all'idea che non avrei avuto nessun premio, ma quando ho cominciato a recitare prima in La voce della Luna meritando il David di Donatello, poi con Monicelli, Olmi e la Wertmüller, mi sono reso conto che potevo uscire dallo schematismo».
Grandi nomi, amicizie importanti come con Cochi e Renato, con Umberto Simonetta, artisti del calibro di Giorgio Strehler: Paolo Villaggio è molto legato alla città di Milano e al vecchio Derby che anche per lui rappresentò un trampolino di lancio. «Purtroppo Milano oggi è intristita, non ritrovo più gli entusiasmi di prima; anche tra gli artisti, ormai calamitati dalla televisione e dalla forza dell'immagine e dell'apparire, sembrano avere dimenticato il vero spirito». Pieno di vivacità e di energia, Villaggio, con questo spettacolo non vuole lasciare dubbi al pubblico: «Nonostante il titolo possa suggerire il contrario, non è di certo la mia occasione per salutare la mia platea. Mi piacerebbe lavorare in un'edizione de Il malato immaginario e anche nel Falstaff, ma anche salire sulla scena per raccontare dei disagi della popolazione giovane che oggi ha una gran paura del futuro e ha perso l'orientamento».
Teatro Filodrammatici
fino al 6 gennaio. Orari: ore 21 mercoledì ore 19,30- domenica ore 16.
BIglietti 22 - 11 euro.
Per informazioni:02.8693659.