La Serbia boccia senza appello il piano dell’Onu per il Kosovo

Nella bozza presentata dall’inviato Ahtisaari non c’è la parola indipendenza ma sono previsti bandiera, inno e forze di sicurezza. Buona accoglienza a Pristina

La Serbia boccia a muso duro il piano Onu per lo status del Kosovo, mentre gli albanesi della provincia ribelle lo interpretano come il via libera all’indipendenza. In realtà l’inviato delle Nazioni Unite, Martti Ahtisaari, che ieri ha presentato il suo piano a Belgrado e Pristina punta a un impossibile compromesso.
Il piano Onu prevede che «il Kosovo sarà una società multietnica, che si autogovernerà in maniera democratica e nel pieno rispetto dello stato di diritto e degli standard più elevati per i diritti umani e per le libertà fondamentali internazionalmente riconosciuti».
La parola «indipendenza» non viene mai citata per evitare che la Russia, protettrice dei serbi, ponga il veto in Consiglio di sicurezza facendo lo sgambetto ad americani e britannici.
Il Kosovo avrà comunque una Costituzione, una sua bandiera, un inno nazionale e una «forza di sicurezza» che controllerà il territorio, compresi i «confini». La questione delle frontiere è una linea rossa che Belgrado non intende superare, considerando il Kosovo parte integrante della Serbia. Inoltre la provincia ribelle potrà aderire alle Nazioni Unite e sottoscrivere accordi internazionali. Come per la Bosnia, il protettorato dell’Onu sarà sostituito dalla presenza di un rappresentante europeo, che avrà poteri di veto sulle decisioni delle istituzioni kosovare. La Nato, con i suoi 16.500 soldati, compreso il contingente italiano, attualmente in stato di massima allerta, verrà gradualmente sostituita da una forza di polizia dell’Unione europea. Il piano Onu proibisce, inoltre, l’unione del nuovo Kosovo alla vicina Albania.
Ahtisaari ha previsto forti garanzie di protezione per la minoranza serba, alla quale vanno garantiti rappresentanti nel governo e nel Parlamento locale, oltre a quote proporzionali nella polizia e nelle forze di protezione civile, simili a un esercito. I monasteri ortodossi avranno uno status speciale e le municipalità delle enclave serbe godranno di ampia autonomia.
I serbi rimasti in Kosovo, circa un terzo dei 200mila che abitavano nella provincia meridionale prima dell’attacco Nato del 1999, considerano utopistico il piano dell’Onu. Lo stesso leader moderato dei serbi kosovari, Oliver Ivanovic, ha ammesso che se gli albanesi dichiareranno unilateralmente l’indipendenza loro proclameranno la secessione. Ieri il vescovo ortodosso Artemije, responsabile per il Kosovo, ha ribadito che la proposta Ahtisaari «è inaccettabile essendo il presupposto della separazione del Kosovo dalla Serbia». A Belgrado l’inviato delle Nazioni Unite è stato accolto con freddezza. Dopo 45 minuti di incontro con il presidente serbo Boris Tadic, filo europeista e moderato, la bocciatura del piano è stata totale. «La Serbia e io, come suo presidente, non accetteremo mai l’indipendenza del Kosovo» ha dichiarato Tadic. Il primo ministro uscente, Vojislav Kostunica, si è rifiutato di incontrare Ahtisaari definendo il piano «illegittimo». La spinosa questione dello status del Kosovo sta complicando la formazione del nuovo governo serbo dopo le elezioni del 21 gennaio. Kostunica vuole venire riconfermato premier, ma pretende che gli alleati filo occidentali si impegnino a rompere le relazioni diplomatiche, se necessario, con i Paesi che riconosceranno il Kosovo indipendente, come gli Stati Uniti.
A Pristina, invece, il piano dell’Onu ha avuto un’accoglienza migliore. «Il Kosovo diventerà sovrano, come gli altri Stati», ha annunciato il presidente Fatmir Sejdiu, dopo aver incontrato Ahtisaari. In realtà si dovrebbe trattare di una sovranità limitata o controllata, che gli elementi più nazionalisti vedono come fumo negli occhi. L’organizzazione semi clandestina albanese Vetevendosje (Autodeterminazione) sta organizzando proteste di massa e alcuni veterani dell’Uck hanno fatto sapere che «una qualche forma di resistenza civile non è da escludere» se il Kosovo non otterrà la piena indipendenza.