La serena classicità delle sonate di Beethoven

Anche Busoni e Schumann nel programma del violinista Kavakos e del pianista Varjon

Pietro Acquafredda

Passano gli anni e quel ragazzo di nazionalità greca, Leonidas Kavakos, che nel 1988 vinse il primo premio al Concorso Paganini, non è più lo stesso; perché non è facile riconoscere le sembianze dell’adolescente di un tempo nei tratti dell’adulto di oggi, ma anche perché Kavakos che ha raggiunto la notorietà come violinista proprio in Italia, vincendo l’importantissimo concorso genovese (l’anno prima aveva vinto anche il Concorso Sibelius) non viene spesso a suonare da noi. Ora che è cresciuto anche come musicista e ha fatto dischi e concerti in ogni parte del mondo, in coppia con il giovane pianista ungherese, Denés Varjon, laureato al famoso Concorso «Geza Anda» di Zurigo, gira l’Italia e riascoltarlo sarà senz’altro un piacere; messaggero, assieme a pochissimi altri - ci vengono in mente solo i nomi di Teodorakis e Sgouros - di una nazione come la Grecia che in passato è stata nell’arte un faro per il mondo e ora non più.
Assai interessante il programma che si apre con la prima delle tre Sonate op. 30 di Beethoven, scritta in quel 1802 che alla vita del musicista recò una crisi interiore profondissima, manifestata nel cosiddetto «Testamento» di Heiligenstadt, ma di cui la sonata in oggetto, che si svolge nel clima espressivo di una serena classicità, sembra non recare traccia alcuna.
Sebbene poco eseguita, anche la Sonata n. 2 op.121 in re minore per violino e pianoforte di Robert Schumann. Conosciuta anche con il titolo originario di «Grosse Sonate», e articolata in quattro corposi movimenti, non sembra meno interessante. Scritta in poco più di una settimana di frenetico lavoro, nell’autunno del 1851, e solo due anni dopo presentata in pubblico da Clara Schumann e Joseph Joachim, la sonata si alimenta a una emozione tutta interiore, e riserva pagine bellissime e grande ricchezza di idee nel dialogo strumentale.
A conclusione, la Sonata n. 2 op.36/a, per violino e pianoforte che della produzione cameristica di Ferruccio Busoni rappresenta l’opera più importante. Sintesi e compendio della giovinezza e maturità di Busoni, reca evidenti reminiscenze di Brahms, Liszt e Franck; ma anche, dell’amatissimo Bach, con le cui variazioni sul tema del corale «Wie Wohl ist mir, o Freund der Seelen» si conclude.
Questa settimana non ci saranno i consueti concerti sinfonici dell’Accademia, perché sono in corso le prove per «La carriera di un libertino» di Stravinsky, che, in veste semiscenica e diretta da Daniele Gatti, verrà presentata a partire da sabato 18 febbraio.
Auditorium. Sala Sinopoli. Questa sera ore 21. Musiche di Beethoven, Schumann, Busoni. Kavakos violino, Varjon pianoforte. Biglietti da 14 a 26 euro. Informazioni: 06.8082058.