Serena, la scaramanzia non basta

nostro inviato a Londra

Giovedì 4 luglio. Campo centrale di Wimbledon, giardino di casa Williams. Solo Venus festeggia l’Independence day: divora Maria Sharapova, testa di serie numero due (6-1, 6-3 alla russa che vorrebbe spaccare la racchetta in testa a Venere dopo due net quasi consecutivi) e passa ai quarti. A Serena invece va di traverso il tacchino e soprattutto Justine Henin, scricciolo numero uno del mondo che non si fa impietosire dal polpaccio sbiellato e inguainato della Williams, e in tre set (6-4, 3-6, 6-3) trova la semifinale e la sorpresa francese Bartoli.
«Sei la numero uno, sei la più forte. Vincerai Wimbledon»: anche ieri, ad ogni cambio di campo, Serena ha cercato nella mente le risorse vincenti: quaderno aperto sulle gambe, appena nascosto dall’asciugamano. Dieci frasi, dieci ricariche gratuite, di cui si nutre la tigre americana. È il suo kharma. «Ogni pensiero positivo ti dà forza; ogni pensiero negativo è un segno di debolezza; decidi quello che vuoi fare e pensa e agisci in questo senso; guarda la palla, muoviti veloce». È il rosario da sbriciolare gioco dopo gioco. È un gioco della mente che trasforma il tennis in una seduta di autocoscienza. Cinque rimbalzi e poi il servizio; solo tre prima della seconda palla: un’altra dipendenza di Serena. C’è chi giura di aver visto lei e Venus tagliuzzare un asciugamano prima di scendere in campo come rito propiziatorio. Venere, (che da quando perse un incontro è capace di “uccidere” se le danno ancora l’armadietto numero 13), ha negato ma in pochi le hanno creduto.
Manie o superstizioni: il confine è labile. Bjorn Borg non si faceva la barba per tutto il torneo, alla fine sembrava il fratello più vecchio. Se John McEnroe si grattava testa, collo e braccia prima di servire, Ivan Lendl si pizzicava invece le sopracciglia e ad ogni cambio di palline sceglieva una nuova racchetta. Guga Kuerten, tre volte vincitore del Roland Garros, era «discretamente» metodico: hotel, stanza, ristorante e doccia (negli spogliatoi) non dovevano cambiare mai.
Strana gente. Odiano le righe i tennisti. E a gioco fermo non le calpestano mai. Beppe Merlo, campione italiano degli anni Sessanta, una volta ci fece così attenzione da dimenticarsi la racchetta sulla seggiola. La serba Ana Ivanovic ci sta il più lontano possibile. E lo dice anche. Oppure c’è chi come il tedesco Kiefer che, prima di rispondere al servizio, con il piede destro calpesta sempre l’incrocio delle righe. Altra fissa sono le palline. Novak Djokovic (ieri ok con Kiefer, trova Hewitt negli ottavi) se ne fa dare quattro per sceglierne due, la Pierce sbrana i raccattapalle che gliela lanciano ad altezza pancia, la Martinez rivoleva sempre la stessa con cui aveva fatto il punto precedente.
Tic. Coperte di Linus. Prendete Nadal. Lo spagnolo, che ha finalmente chiuso la pratica Soderling (7-5 al quinto set, prendendo a pallate l’organizzazione per come ha gestito l’emergenza pioggia «che c’entra la tradizione, perché non ci hanno fatto giocare di domenica?»), ha un repertorio completo. Prima di servire si aggiusta i calzini e le mutande e se non vi basta date un occhio a come appoggia le bottiglie in terra: perfettamente allineate e con il senso dell’apertura sempre rivolto verso il campo. Ma Rafa è giovane e ha tutto il tempo per peggiorare.

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