SERGIO LEONE, KOLOSSAL IN RADIO

Non c’è niente di più difficile che raccontare un film a voce. È improbo persino il tentativo di narrare quei film francesi verbosissimi, dove si parla e basta e dai titoli di testa a quelli di coda non succede assolutamente niente. Figuriamoci se il film da raccontare è qualcosa di epico come quelli di Sergio Leone.
Insomma, solo un matto poteva mettersi in testa di raccontare i film di Sergio Leone in radio. La fortuna di Radiodue è che ha trovato quel matto, quei matti. I matti in questione si chiamano Sergio Valzania, direttore di Radiodue che ha accettato la scommessa; Italo Moscati, autore del programma che ha cucito una splendida opera dove film e vita si intrecciano come se fossero a loro volta un nuovo film; Giancarlo Simoncelli, curatore di questo ciclo di Alle otto della sera, e Angela Zamparelli, regista. Praticamente, una regista elevata al quadrato, visto che si sta parlando di una regista di un regista.
Il Sergio Leone di Italo Moscati è iniziato lunedì scorso e continuerà sino al 14 luglio, tutti i giorni, dal lunedì al venerdì, dalle 20 alle 20,30, su Radiodue. E, già nella prima settimana, ci ha dato delle soddisfazioni. Sia nella parte parlata, sia in quella musicale. Che non è, non solo, almeno in questo incipit radiofonico, la musica epica della trilogia western, un pezzo di storia della nostra vita. Ad esempio, nella scelta musicale della settimana, c’era uno Springsteen minore, voce e armonica, che ricreava atmosfere alla Steinbeck, che apparentemente non c’entrava nulla con Leone, ma in realtà era perfetto per raccontare alcune situazioni periferiche dei personaggi di uno dei registi più grandi e meno riconosciuti del cinema italiano.
Il racconto di Moscati - che intreccia personaggi cinematografici e personaggi reali, che sfumano e si sciolgono e si trasfigurano e rivivono e si riamano uno nell’altro - è una lunga cavalcata. E, trattandosi del papà degli spaghetti western, espressione non potrebbe essere più adatta. Ma è una lunga cavalcata non uniforme. Che, a tratti, potrebbe sembrare a dorso di un purosangue degno di John Ford, ma a tratti si snoda a cavallo di muli che sostituiscono i cavalli; di cow boy con sigari («apparentemente Toscani, ma in realtà non Toscani», precisa Moscati rendendo ancor più bello il suo racconto) all’angolo della bocca; di un poncho che sostituisce il classico completo in bluejeans, di grammatica cinematografica che sconvolge la grammatica cinematografica conosciuta fino ad allora. Come se ci fosse un a.L. (avanti Leone) e un d.L. (dopo Leone).
Ecco, che si parli di western, di C’era una volta in America o del grande film sulla battaglia di Stalingrado che Leone stava preparando o sognando prima di morire, la rottura di quella grammatica è il vero valore aggiunto del ciclo di Moscati. Da non perdere.