Il serial killer che difendeva la «roba»

Il «mostro di Cassibile», autore di una decine di agguati a colpi di fucile con cinque morti, era un pensionato ossessionato dal denaro. Uccideva chi gli doveva anche piccole somme

Ossessionato dai soldi e da chi non pagava bene il suo lavoro. Chi sgarrava cadeva ucciso in una trappola appositamente preparata. È l'identikit del «mostro di Cassibile» tracciato dalla Procura di Siracusa che ritiene di avere fatto luce sul serial kiler che nell'arco di oltre dieci anni, tra il 1998 e il 2009, avrebbe compiuto agguati in serie assassinando cinque persone e ferendone altre quattro.
A sparare per consumare le sue vendette da «credito insoluto» sarebbe stato un piccolo imprenditore agricolo incensurato in pensione, Giuseppe Raeli, di 69 anni, che è stato arrestato dai carabinieri del comando provinciale di Siracusa. La svolta nelle indagini che porrebbe fine all'incubo di Cassibile, una frazione di Siracusa famosa perché vi fu firmato l'armistizio con gli americani subito dopo lo sbarco delle truppe alleate in Sicilia, è arrivata da una perizia balistica del Ris che ha trovato nel suo garage l'arma utilizzata dal serial killer: un fucile calibro 12.
Il movente, secondo la ricostruzione del procuratore capo di Siracusa Ugo Rossi, era proprio il denaro, la «roba». Come quella di verghiana memoria che porta padron Mazzarò, vicino alla morte, a uccidere i suoi animali urlando «roba mia, vientene con me!». «Era ossessionato dai soldi - ha spiegato il magistrato - tanto che nel suo garage c'era una cassaforte con 20mila euro e una pistola con il colpo in canna. Poteva ammazzare anche per un piccolo credito. Da parte nostra c'è l'assoluta serenità di aver individuato con certezza il soggetto indicato come il «mostro di Cassibile».
Legato alla «roba», Raeli in paese era noto come «u lupu», il lupo, per il suo carattere schivo e solitario. Aveva pochi contatti con le persone, se non per esigenze di lavoro. Parlava poco anche con la moglie. Lo dimostra un'intercettazione agli atti dell'inchiesta: quando lei gli chiede circa le voci in giro sul «mostro di Cassibile» lui non commenta.
Nel suo piccolo era un self-made man, un uomo che aveva costruito la sua posizione economica da solo: tagliava alberi e rivendeva la legna; impegnandosi tenacemente e per questo, hanno ricostruito gli investigatori, non ammetteva deroghe nei pagamenti: i lavori dovevano essere saldati al prezzo pattuito da lui: chi sgarrava, sostiene l'accusa, diventava un obiettivo da punire o da eliminare. La svolta nell'inchiesta è arrivata dopo il ferimento di un imprenditore agricolo, avvenuto nel 2009, Giuseppe Leone: la vittima avrebbe detto ai carabinieri di avere avuto forti contrasti economici con Raeli. Durante una perquisizione nel garage dell'indagato sono stati trovati fucili e munizioni che i militari del Ris di Messina hanno collegato agli altri delitti. Sono complessivamente nove gli episodi contestati a Raeli: cinque uccisioni e quattro tentativi di omicidio. Tra l'altro è acccusato anche del duplice omicidio dei coniugi Sebastiano Tinè e Giuseppa Spadaro e del ferimento nella stessa circostanza di una figlia della coppia, Katia Tinè, in una villetta di Fontane Banche il 31 luglio 2003.
L'ultimo assassinio, quello di Giuseppe Spada, avrebbe un movente diverso dagli altri: l'uomo legato alla criminalità locale avrebbe avviato indagini su due attentati di cui era stata vittima una sua amica, Aurora Franzone, che aveva avuto dei contrasti con Raeli per il pagamento di legna per il suo camino. Il «mostro di Cassibile», secondo l'accusa, temendo rappresaglie lo avrebbe eliminato.
Il serial killer utilizzava sempre la stessa tecnica. Tendeva alle sue vittime delle trappole costringendole a venire allo scoperto per diventare comodi bersagli: tronchi o grossi massi lungo la strada per fermare le auto; cancelli chiusi con filo di nylon in modo da obbligare l'obiettivo a uscire dall'abitacolo.
Sparava da dietro muretti o fitte sterpaglie per non essere visto e poi fuggire a piedi nelle campagne che conosceva benissimo: quelle in cui lavorava per accumulare la sua «roba».