Serve un Quirinale che guidi l’esercito

In attesa che il discorso del nuovo presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, sulla «memoria condivisa», propizi la rivisitazione (se si aborre il «revisionismo») delle «verità» da 8 settembre, occorre immediato un segnale inequivocabile verso le Forze armate. Nell’estate del 1978 la formula di giuramento dei militari fu modificata, cancellandovi la dichiarazione di fedeltà al presidente della Repubblica, per introdurre quella apparentemente più ampia, nei fatti più vaga, di fedeltà alla Costituzione.
Da quel momento, a dispetto delle prerogative presidenziali, sancite dall’articolo 87 della Carta, le forze armate sono senza riferimento «super partes», indispensabile per compiere un dovere del tutto singolare, fra molteplici che la legge può imporre, com’è appunto il dovere militare. «Ha il comando delle Forze armate, presiede il Consiglio supremo di difesa(…), dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere», così recita la Costituzione per il presidente della Repubblica rispetto alle forze armate. Lo svuotamento dei primi due poteri ha lasciato i militari senza comando supremo, li ha parificati ora alle associazioni di volontariato, ora alle polizie o ai vigili del fuoco. Chi dubiti osservi la sfilata del prossimo 2 giugno e la compari alle sfilate militari di Parigi o Londra, tanto per rimanere nella sempre invocata Europa.
Le missioni internazionali – a prescindere dal fatto che se ne condividano o meno le motivazioni all’origine – dimostrano che la mera leadership politica e la stessa leadership militare sono insufficienti a garantire unità di intenti fra missione militare e paese reale. Il prezzo lo si paga coi funerali solenni pazientemente patiti dalle famiglie.
Vive il ricordo dei teppisti di «una-cento-mille Nassirya», dei bilanci disegnati da commercialisti e del maleducato che ride ai funerali. Troppo facile dimostrare che i morti delle ultime missioni sono connessi alle separazioni tra paese e forze armate. Da molti anni non c’è comandante che sappia difendere i soldati da tale andazzo, nè rappresentante di Cocer che, prima delle rivendicazioni salariali, esiga rispetto. Obbedienza e convenienza passeggiano teneramente sottobraccio. Anche questo è segno d’uno smarrimento profondo, che chi «ha il comando delle forze armate» ha il difficile compito di sanare. Risparmiamoci la retorica grottesca del cappello indossato ai raduni. Sciocco tentativo d’eludere il problema che tuttavia si riaffaccerà alla prima occasione, sempre più grave.
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