Serve una squadra più giovane: è l’ora di puntare su Pato e Flamini

La carriera di Carlo Ancelotti sulla panchina milanista lo documenta: nelle curve più insidiose, è capace di fornire performances di rilievo. Accadde nel 2003 quando si ritrovò nell’immaginario collettivo a un passo dall’esonero: scollinò il derby d’Europa e a Manchester si tolse dalla schiena la scomoda etichetta di simpatico perdente. La storia si ripetè prima di volare ad Atene e riprendersi la rivincita sul Liverpool: Lippi era stato contattato e prenotato. Se dovesse ripetersi anche questa volta, si può scommettere sullo scudetto rossonero, le agenzie specializzate lo danno a 4 o a 6 al momento. Scaramanzia a parte, Ancelotti ha ristretti margini di manovra.
Nell’allestire la squadra deve tenere conto della salute fisica: non si possono mandare in campo i nomi, ci vuole gamba, oppure una squadra in salute che supporti i fuoriclasse (Ronaldinho e Kakà) in ritardo. Al Milan oggi non c’è nè l’uno nè l’altro requisito. Deve cominciare a fidarsi più dei giovani che degli ex invicinbili, con eccezioni che confermano la regola (per esempio Bonera). A cominciare da Pato che ha la stoffa del campione, può aver avuto qualche trauma al rientro da Pechino, ma bisognerà puntare su di lui, come è avvenuto a centrocampo con Flamini, grazie all’infortunio toccato a Gattuso. Al momento non c’è corsa tra Borriello e lo spento Shevchenko, come si è visto a Genova. Fidarsi dei giovani, non di tutti, ma di loro, deve diventare il suo chiodo fisso riflettendo su un particolare che fa discutere. Gourcuff, al Milan, è rimasto per due anni un oggetto misterioso: tutte le volte che è entrato, è finito nella tela del ragno. Mai un progresso, mai un acuto, mai una giocata importante dopo una partenza promettente. Rientrato in Francia, sostenuto dalla fiducia del club e della nazionale A, è già salutato come il nuovo Zidane. Pensaci, Carletto.